Bitcoin nel caos: la “cripto valuta”, da mesi osservata speciale come le altre decine di consorelle da parte delle banche centrali e autorità monetarie di tutto il mondo, oscilla oggi a 558 dollari per Bitcoin dai 950 dollari segnati a metà febbraio (restando peraltro ad un prezzo di 100 volte superiore ai 5-5,5 dollari a cui oscillavano ancora nel giugno 2012), dopo che la principale piattaforma di scambio, la giapponese MtGox è letteralmente sparita (al momento in cui questo articolo viene scritto collegandosi al sito appare solo una pagina bianca, senza alcun avviso né segnale di errore), non si sa se perché sotto un attacco hacker o perché insolvente, mentre sul web si rincorrono voci di furti a cui va riferimento un documento (intitolato “Crisis Strategy Draft”, ossia "Bozza di strategia per gestire la crisi"), sulla cui autenticità non ci sono al momento conferme né smentite, in cui si parla di come “da diverse settimane i clienti di MtGox siano stati colpiti da problemi legati ai prelievi di Bitcoin capitalizzati su se stessi” (dal 14 febbraio sono effettivamente iniziate le prime proteste contro la società, ndr) e di come pubblicamente MtGox abbia denunciato come la “malleabilità delle transazioni abbia portato il sistema ad essere soggetto a furti e che qualcosa doveva essere fatto dagli sviluppatori dei codici “core” per rimediare”.

La soluzione proposta dagli uomini di MtGox sarebbe state criticata, finché una soluzione non sarebbe “stata fornita da Blockchain.info” (il portafoglio di Bitcoin ed “esploratore dei blocchi” più popolare al mondo, che tiene traccia di oltre 172 mila blocchi di Bitcoin e di oltre 83 mila transazioni), ma a quel punto “il danno era già stato fatto”. Le mosse per gestire la crisi che il documento suggerisce partono da una “immediata riduzione delle passività, per quanto possibile, con i partner“, utilizzando arbitraggi e iniezione di nuovi “blocchi” di Bitcoin “per cancellare i libri” (ossia compensare le transazioni irregolari, ndr) anche “informando e chiedendo aiuto ai maggiori operatori di Bitcoin” sottolineando come a questo punto “il prezzo (dei Bitcoin di MtGox, ndr) è basso (160 dollari per Bitcoin, ndr), il che permette di cancellare una parte significativa del debito (lo sbilancio tra asset detenuti da MtGox e debiti dovrebbe essere sui 141 milioni di dollari secondo il documento, ndr), ma deve essere fatto ora”. Si noti che SecondMarket Inc., che gestisce un fondo riservato a investitori istituzionali interessati ad investire in Bitcoin, ha già annunciato che comprerà Bitcoin, operando in contropartita di chi vuole uscire dalla valuta virtuale le cui quotazioni sono ovviamente in calo anche oggi.

Il secondo passo dovrebbe essere “spegnere gli scambi su MtGox temporaneamente (1 mese), mentre si annuncia una ristrutturazione e un re-branding”, pubblicando su una “nuova homepage statica una lettera contenente le dimissioni di Mark Karpeles come Ceo di MtGox, facendo intervenire a consulenti di transizione e sottolineando le carenze organizzative e tecnologiche” della società (di fatto fallita). Con una considerazione finale relativa al fatto che “trasferirsi in un nuovo paese (Singapore?) potrebbe essere utile”. Terza misura suggerita, è quella di “spingere il nuovo marchio (pronto)”, ossia Gox al posto di MtGox, “e reimpostare tutti i canali SNS per la comunicazione”, usando “Facebook, Twitter ecc con il nuovo marchio, dando aggiornamenti costanti, cambiando il tono della comunicazione e informando le parti interessate su tutti i progressi: i nuovi consiglieri, i membri del team, la posizione, la struttura commissionale” perché “abbiamo bisogno di ispirare fiducia” (auguri, ndr).

Ultimo passo da compiere, sarebbe quello di “impostare un team competente e ridisegnare il servizio e i codici di base”, annunciando “un nuovo Ceo, sviluppatori di talento e uomini d’affari di fiducia per stabilire un nuovo modello di business”, che dovrà essere centrato su una “costruzione a basso costo, un business redditizio che offre ai clienti un motivo per rimanere (tasse basse, stabilità, ecc) mentre rimoduliamo i nostri debiti verso gli stakeholder”. Al momento, se il documento fosse autentico, saremmo in pratica all’inizio del secondo punto e Karpeles (che ha da qualche ora lasciato il consiglio di Bitcoin Foundation) dovrebbe annunciare le sue dimissioni (che potrebbero rivelarsi anche un atto propedeutico all'acquisizione di MtGox/Gox da parte di qualche concorrente.)

La vicenda è paradigmatica di come sia rischioso cercare di speculare su un bene intangibile con controparti la cui affidabilità è totalmente opaca, non dovendo sottostare (a differenza delle normali banche commerciali e finanche delle banche centrali) ad alcun controllo o regolamento. Se dunque è evidente che i Bitcoin o altre valute private utilizzate sempre più frequentemente in rete, dai giochi ai mondi virtuali sino agli acquisti sui marketplace online, possono sicuramente rappresentare un mezzo di pagamento vero e proprio, come già aveva sostenuto la Federal Reserve mesi fa, è altrettanto evidente che in futuro sarà necessaria una maggiore trasparenza e qualche paletto, come già ha iniziato a metterne la banca centrale cinese, perché l’autoregolamentazione non basta quasi mai, specie se le cifre in gioco non sono solo la fama e la gloria come nel caso di una citazione su Wikipedia ma decine o centinaia di milioni di dollari Usa.

Il che dovrebbe razionalmente far tacere chi ha finora sostenuto che i Bitcoin rappresentavano non tanto uno strumento più o meno utile ed efficiente, quanto una fondamentale scelta di “rivoluzione” contro lo “strapotere” delle banche, delle “organizzazioni private”, di associazioni come la Trilateral o il gruppo Bildeburg e, già che ci siamo, contro le scie chimiche. Dimenticandosi che l'economia non è una filosofia di vita ma la ricerca empirica di soluzioni a problemi di tutti i giorni e che dunque una valuta (euro, dollaro o Bitcoin che sia) va valutata in quanto strumento di pagamento, non strumento di fede.

Ripetete dunque con me: i Bitcoin e le altre valute digitali possono essere un utile strumento di pagamento e contribuire a riformare il modello del credito mondiale (e magari anche italiano) che certo soffre di tanti limiti e problemi. Ma quando, come capitato tra ottobre e dicembre scorso, il prezzo di un qualsiasi bene o servizio (Bitcoin compresi) varia da 240 a 1200 dollari per unità (Bitcoin), non stiamo parlando di un grande successo: stiamo guardando l’esplodere dell’ennesima bolla finanziaria, come tante se ne son viste dai tempi dei bulbi di tulipano nell’Olanda della prima metà del 1.600, ai titoli “dot com” di fine secolo scorso, sino appunto ai Bitcoin. Servirà a qualcosa questa ennesima lezione? A livello mondiale ne dubito, ma chissà che non possa servire almeno a voi che mi leggete.