“Vi racconto l’alluvione di Firenze, ci misero a letto vestiti”: il 4 novembre 1966 nei ricordi di una bambina

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Via Quintino Sella nei giorni dell'alluvione.
Il 4 novembre 1966 Francesca era appena una bambina: a distanza di 60 anni, però, il ricordo dell’alluvione che colpì Firenze, la sua città, resta nitido.

Sono trascorsi esattamente sessant’anni dal 4 novembre 1966, quando la città di Firenze si risvegliò con le strade sommerse. Pioveva da giorni: si stima che il 3 novembre arrivarono a cadere circa 200 millimetri d'acqua lungo il corso del fiume Arno.

Il 3 novembre il fiume aveva già straripato nella provincia di Arezzo. Nel corso della notte, nelle prime ore del 4 novembre, invece, fu la volta del capoluogo toscano.  I danni furono ingenti: la violenza dell'acqua uscita dagli argini aveva portato devastazione e morti. Si stimano 36 vittime: l'ultima è stata riconosciuta soltanto nel 2023, 57 anni dopo. Si chiamava Mario Maggi e aveva 44 anni. Il numero dei dispersi, invece, non fu mai accertato.

Il ricordo di quei giorni è rimasto impresso in chi li ha vissuti e nelle generazioni successive. Fra loro anche Francesca. Era appena una bambina nei giorni dell'alluvione, ma ricorda ancora oggi nitidamente le preoccupazioni che vedeva nei volti della sua famiglia.

"Avevo sette anni, vivevamo al terzo piano. Quando i miei genitori misero al letto me e mio fratello la sera del 4 novembre eravamo entrambi vestiti, ai piedi le scarpe. Ero piccola e sono passati tanti anni, ma ricordo tutto come se fosse ora. Quasi vent’anni dopo, a ricordarmi di quei giorni, nella Biblioteca Nazionale trovai i libri che avrei dovuto consultare per scrivere la tesi: alcuni dopo tutto quel tempo, erano ancora in restauro".

Il ricordo di Francesca: "Avevamo paura che l'acqua ci raggiungesse fino al terzo piano"

I giorni alla fine di ottobre del 1966 furono molto piovosi. Il cielo grigio non lasciava spazio a raggi di sole. Ma nessuno avrebbe mai immaginato che potesse verificarsi una situazione del genere. "Fu un disastro. La mattina del 4 novembre eravamo tutti a casa, era un giorno di festa perché si celebrava la giornata delle forze armate".

Se fosse stato un giorno normale, probabilmente, il numero delle vittime sarebbe aumentato: in molti dalla provincia, raggiungevano Firenze per lavoro. "Mio fratello, che aveva 9 anni, si svegliò presto e andò di corsa in camera dei miei genitori: diceva che per la strada c'era tanta acqua, l'aveva visto dalla finestra". All'epoca Francesca viveva con la sua famiglia in via Quintino Sella, una parallela del Lungarno Colombo, al terzo piano.

"I miei genitori pensarono che avesse fatto un brutto sogno, ma si affacciarono ugualmente per verificare la situazione. Non soltanto videro l'acqua per strada, ma anche che molti negozianti che abitavano nelle zone limitrofe avevano raggiunto le loro botteghe per cercare di salvare ciò che c'era. Molti di loro non ebbero neanche il tempo di andare via e furono ospitati dai residenti di zona". Il fiume si stava preparando a rompere gli argini e a riversarsi con forza per le vie.

"Mio babbo pensò di uscire di casa per portare in salvo almeno una delle due macchine che avevamo, sopra il vicino cavalcavia che porta a Campo di Marte. Mia mamma glielo impedì: alcuni conoscenti che avevano avuto la stessa idea non sono riusciti a rientrare a casa e sono rimasti bloccati lì nel momento di massima furia dell'acqua".

"Camion e auto sembravano modellini in balia della furia dell'acqua"

"L'acqua continuava a salire con irruenza. Noi eravamo affacciati al balcone. Vedemmo passare automobili e camion veloci per le vie, trascinati dall'acqua: sembravano modellini. Come scoprimmo in seguito, poi, all'acqua del fiume si era unita la nafta e ogni genere di altra sostanza, oggetto o detrito che si trovava lungo il suo percorso", continua Francesca.

"Nel primo pomeriggio, credo, fu diramato l'ordine di non accendere il gas. Alcune persone della mia palazzina litigarono con una vicina che voleva a tutti i costi riscaldare il latte per la nipotina piccola. Fortunatamente sono riusciti a farla desistere".

Nel frattempo era andata via l'elettricità. "Mia nonna, donna molto pratica, cominciò a vedere cosa avevamo in dispensa: non sapevamo quanto tempo saremmo rimasti isolati. Fortunatamente era avanzata la polenta del giorno prima. Mangiammo quella: anche se fredda ci sembrò buonissima – spiega – Il palazzo iniziò a diventare una grande famiglia e tutti noi ci aiutavamo come potevamo: chi viveva ai piani più bassi fu ospitato in quelli più alti".

L'arrivo dei primi soccorsi: "Ricordo i gommoni il giorno dopo"

"Quella sera i miei genitori mandarono mio fratello e me al letto vestiti: a noi da una parte sembrava un'avventura. Da una parte non avevamo mai visto i nostri genitori e nostra nonna così preoccupati. L'acqua nel corso della giornata era arrivata al primo piano e non sapevano cosa potesse succedere. Probabilmente avevano paura che potesse salire ancora. Ad oggi sono convinta che quella notte loro non abbiano neanche dormito".

Passata la notte, la mattina dopo si iniziarono a vedere i primi soccorsi anche in via Quintino Sella. "Mio fratello ed io eravamo sempre affacciati al balcone quando li abbiamo visti arrivare. Non saprei dire quanto tempo dopo, ma a un certo punto abbiamo sentito chiamare anche il nome di nostro padre: era suo cugino che ci portava alcuni viveri, viveva in una zona in cui non era arrivata l'acqua. Non saprei dire con chi arrivò, ma fu il primo a portarci da mangiare".

La conta dei danni

L'acqua poi iniziò a defluire. "Per le strade rimase soltanto il fango. E per tutti noi iniziò la conta dei danni. Noi perdemmo due automobili, quelle che mio padre non era riuscito a portare in salvo sul cavalcavia. Ma c'è chi perse molto di più – continua – Nei giorni successivi i militari distribuirono pacchi di viveri dalle camionette. Quel Natale ad alcuni bambini a scuola arrivarono altri pacchi. Non so cosa avessero perso, ma a loro era andata molto peggio che a noi. Noi eravamo insieme e avevamo ancora una casa".

Ad aiutare la città a ripartire arrivarono da ogni parte d'Italia e del mondo quelli che furono ribattezzati dal giornalista Giovanni Grazzini gli "angeli del fango". Per alcune persone ripartire fu più difficile: c'è chi ha dovuto rinunciare a molto più di due automobili. A rischio, anche molti beni artistici preziosi. A subire i danni maggiori, ad esempio, il Crocifisso di Cimabue, conservato nella Basilica di Santa Croce: l'alluvione ha danneggiato un totale di circa 1200 opere d'arte tra tele, affreschi e sculture.

Si stima che circa un terzo dei tre milioni di volumi del patrimonio della Biblioteca Nazionale fu bagnato dall'acqua, oltre ai 250.000 del Gabinetto Vieusseux che si trovavano nei sotterranei di Palazzo Strozzi.

"L'alluvione di quei giorni a Firenze ricomparì nella mia vita quasi vent'anni dopo. Stavo per laurearmi in Lettere e avevo bisogno di consultare alcuni testi conservati nella Biblioteca Nazionale per la mia tesi. In alcuni casi ho dovuto rinunciare: i volumi si trovavano anche in fase di restauro. Ancora oggi in tante zone di Firenze si possono trovare targhe che ricordano dove arrivò l'acqua. Io non lo dimenticherò mai. E come me, tutta la città".

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