C'è un solo modo per uscire dalla pandemia in tempi relativamente brevi: far sì che i vaccini contro il Covid-19 diventino un bene comune e non un privilegio riservato a pochi cittadini dei paesi più ricchi del pianeta. Per farlo è necessario mettere le case farmaceutiche nella condizione di condividere i loro brevetti, ovvero le "ricette" dei vaccini, permettendo ad altre aziende di avviare una produzione su larga scala di dosi da distribuire in tutto il mondo. Ne abbiamo parlato con Marc Botenga, europarlamentare del gruppo del Gue/Sinistra Unita che da mesi si sta battendo affinché i contratti stipulati con le case farmaceutiche dalla Commissione Europea siano trasparenti, ma anche perché vengano obbligate le aziende a condividere i brevetti dei vaccini almeno durante il periodo dell'emergenza sanitaria; perché concetti come "profitto" e "competitività" non sono in nessun modo compatibili con la catastrofe che stiamo vivendo. Con oltre 100 milioni di contagiati in tutto il mondo e 2 milioni di vittime accertate non c'è un minuto da perdere.

Marc Botenga, europarlamentare belga del gruppo Gue – Sinistra Unita.
in foto: Marc Botenga, europarlamentare belga del gruppo Gue – Sinistra Unita.

Secondo People's Vaccine Alliance  i Paesi ricchi – con appena il 14% della popolazione mondiale – si sono assicurati il 53% dei vaccini già pronti. Agli altri rimangono le briciole. Quanto sarebbe importante che le cause farmaceutiche condividano i brevetti dei vaccini?
Sarebbe indispensabile per la salute pubblica e per sconfiggere una pandemia che sta avendo conseguenze pesantissime sia in termini di vite umane che in termini sociali ed economici: al momento, infatti, nessuna casa farmaceutica è in grado di produrre da sola le dosi di vaccino necessarie per tutto il mondo, e nemmeno per la sola Europa. Permettere a più aziende di produrre il vaccino sarebbe fondamentale. Faccio un esempio: Pfizer produce il siero contro il Covid negli Stati Uniti e in un altro stabilimenti a Puurs, in Belgio. Se il brevetto venisse aperto anche altre aziende potrebbero avviare una produzione di massa e i tempi per uscire dall’emergenza sanitaria si ridurrebbero sensibilmente.

Cosa c’è scritto al riguardo nei contratti stipulati dall’Unione Europea con le case farmaceutiche?
Ci è stato permesso di visionare velocemente solo il contratto con CureVac, e tra le clausole ce n'è una che prevede che la proprietà intellettuale sui brevetti rimanga esclusivamente alle aziende. Non abbiamo potuto controllare i contratti stipulati dall'Unione Europea con le altre società che stanno producendo vaccini, ma ci risulta che sia così per tutti. Ciò significa – per quanto ne sappiamo – che l'UE non ha negoziato nessuna clausola per aprire i brevetti o per condividerli. Sui tratta quindi di contratti estremamente favorevoli alle aziende. Guardate quello che sta accadendo con Pfizer in queste settimane: l'azienda ha capito che da ogni fiala si possono estrarre 6 dosi anziché 5, ed ha quindi deciso di consegnare il 20 per cento di fiale in meno. Pfizer infatti sostiene di aver contrattato sulle dosi, e non sulle fiale,

Uno stralcio del contratto stipulato dalla Commissione Europea con CureVac
in foto: Uno stralcio del contratto stipulato dalla Commissione Europea con CureVac

Ci sono, secondo lei, modi legali per obbligare le case farmaceutiche ad aprire i brevetti, condividendo con le altre aziende le "ricette" dei vaccini?
Ci sono dei meccanismi, al di fuori di ogni contratto, che ci permettono di agire sui brevetti e quindi di aumentare la produzione. Esistono già leggi dei singoli stati sulle licenze obbligatorie che sono prevalenti sui contratti stipulati: un paese, quindi, potrebbe dire a un'azienda: ‘Abbiamo bisogno di molti più vaccini' o ‘Abbiamo bisogno di farmaci a un prezzo inferiore' e imporre alle società di condividere i brevetti con altre aziende per estendere la produzione. È quello che ad esempio fece Nelson Mandela in Sudafrica alla fine degli anni '90 quando le case farmaceutiche rifiutarono di proporgli un prezzo equo per il trattamento dell'AIDS.

E come andò a finire?
Le case farmaceutiche denunciarono il governo sudafricano, ma una grande mobilitazione popolare le convinse a rinunciare…

Sul tema dei brevetti dei vaccini c'è anche un intenso dibattito all'interno dell'Organizzazione Mondiale del Commercio…
Sì, c'è una coalizione di un centinaio di paesi guidati da India e Sudafrica che chiede di sospendere i brevetti almeno per la durata dell'emergenza sanitaria. Si tratta di una facoltà prevista nel Trips, un trattato internazionale stipulato nel 1995 da tutti i membri dall'Organizzazione mondiale del commercio. Aggiungo, inoltre, che per il momento le aziende stesse non stanno rispettando i contratti: questa mattina ad esempio il Ceo di AstraZeneca, Pascal Soriot, ha dichiarato alla stampa europea che non c'è nessun obbligo di consegna dei vaccini e che le fiale dovrebbero arrivare solo dallo stabilimento belga. Ebbene, Pascal ha svelato una clausola del contratto stipulato con la Commissione Europea violando però un'altra clausola, quella che gli imporrebbe la segretezza. Perché, quindi, se le case farmaceutiche non rispettano i contratti l'Europa smette di prostrarsi? Gli strumenti per intervenire e rompere il monopolio delle aziende sulla produzione dei farmaci ci sono, basta utilizzarli.

Perché la battaglia sull'apertura dei brevetti non è ancora diventata un patrimonio comune, condiviso tra tutte le forze politiche? Eppure siamo alle prese con una pandemia che ha causato oltre 2 milioni di morti…
C'è sicuramente un problema ideologico. Gli Stati sono talmente focalizzati sul sostegno alle aziende private che si mettono al loro servizio anche a discapito della salute pubblica, mentre la Commissione Europea non fa che tutelare la "competitività" delle società. Non c’è però nessun motivo neanche di carattere legale – di fronte a 2 milioni di morti – per non aprire i brevetti sui vaccini. Se vogliamo sconfiggere questa impostazione ideologica servirà una mobilitazione dal basso dei cittadini.

La scorsa settimana, nel corso di una plenaria del Parlamento europeo, lei ha proposto un emendamento che esorta "la Commissione a fare tutto ciò che è in suo potere per rendere i vaccini e le terapie anti-pandemiche un bene pubblico globale, liberamente accessibile a tutti, e a pubblicare tutti i contratti firmati con le aziende farmaceutiche". Come hanno votato i suoi colleghi?
L’emendamento è stato rigettato ma con una differenza di voti non molto ampia. I favorevoli sono stati 281, i contrari 338, gli astenuti 63. Molti deputati italiani di tutti gli schieramenti hanno sostenuto il mio emendamento e contiamo di ampliare questo sostegno. Dobbiamo aumentare la pressione sulla Commissione Europea e farlo non solo e Bruxelles, ma anche con una mobilitazione dal basso. Anche per questo è nata la campagna No Profit On Pandemic, che punta a raccogliere un milione di firme: la Commissione non potrà ignorare questa richiesta dei cittadini europei…