Uccise il padre per “inesperienza e disperazione”. Le motivazioni della condanna di Makka Sulaev

“Inesperienza e disperazione”. Sono queste, secondo i giudici della corte d’assise di Alessandria, le motivazioni alla base dell’azione di Makka Sulaev, la giovane di 20 anni condannata a nove anni e quattro mesi di reclusione per aver ucciso il padre con due coltellate il 1° marzo 2024, nell’abitazione di famiglia a Nizza Monferrato.
La sentenza, emessa il 9 maggio 2025, è stata accompagnata ieri, 28 agosto, dalla pubblicazione delle motivazioni che chiariscono i passaggi logici che hanno portato la Corte a escludere la legittima difesa.
Secondo quanto riportato dai giudici, Sulaev, allora 18enne, avrebbe agito “con un’idea che appare il frutto di un misto di inesperienza e di disperazione, di agire in maniera risoluta, usando un coltello (appositamente acquistato) per eliminare in radice la possibilità che il padre potesse ancora aggredire la madre, uccidendolo”.
La Corte sottolinea come esistessero alternative, tra cui la possibilità di chiamare le forze dell’ordine, opzione già intrapresa da una donna presente sulla scena. Ripercorrendo le ore drammatiche della vicenda, i giudici hanno ritenuto che non vi fosse “alcuna situazione di attualità di pericolo neppure nel momento in cui l’imputata sferrava la seconda coltellata al padre”.
Il secondo colpo, secondo la Corte, non è stato inferto “perché vi fosse una situazione di pericolo attuale per la vita o l’incolumità fisica (sua o della madre) ma perché voleva assicurarsi che l’uomo morisse”. Questa considerazione ha avuto un ruolo centrale nel rigetto della tesi della legittima difesa e ha portato alla condanna per omicidio colposo.
Durante il processo, Makka aveva descritto un ambiente familiare dominato dalla paura. “Avevamo tutti paura di lui. La paura era una costante. Voleva che avessimo paura”, aveva dichiarato la giovane, tracciando un quadro di violenza domestica protratta nel tempo, vissuta come condizione quotidiana. Secondo l’avvocato difensore Massimiliano Sfolcini, le motivazioni della sentenza non tengono conto di questo contesto: “Hanno preso in esame uno scritto che la ragazza ha redatto poco prima dell’azione, considerandolo una manifestazione di volontà, mentre si trattava dell’espressione della paura che viveva, messa nero su bianco in quattro fogli”.
Sfolcini ha inoltre evidenziato una contraddizione logica nella valutazione della premeditazione. “È stata un’azione estemporanea determinata dalla volontà di difendersi. L’acquisto del coltello non indica premeditazione, ma la necessità di proteggere se stessa e la madre in un contesto di terrore quotidiano”, ha spiegato l’avvocato.
Oggi Makka Sulaev vive a casa con la famiglia, con l’obbligo di firma, e sta preparando gli esami per la quarta superiore. “È tranquilla, ma è chiaro che c’è sempre una forte preoccupazione di fondo”, conclude Sfolcini, tracciando il delicato equilibrio tra normalità quotidiana e il peso emotivo della condanna.
Il caso di Makka ha richiamato alla memoria altre vicende simili, come quella di Alex Cotoia, coetaneo diciottenne che uccise il padre violento con 34 coltellate. In quel caso, la Procura aveva chiesto un ricorso contro l’assoluzione per legittima difesa, evidenziando come la giurisprudenza sui delitti commessi in contesti familiari violenti resti complessa e controversa.