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5 Luglio 2021
18:56

Torna l’estate e ricominciano i “safari al Sud” dei turisti che danno lezioni di vita

Valicano il Po nella granitica certezza, anzi, aspettativa, che sarà un’esperienza “diversa”, un’esperienza al sud. Questi turisti per sempre si riconoscono per come sgranano gli occhi di fronte alle mani callose del pescivendolo alla Vucciria e si fanno i selfie con il cameriere di Amalfi, sorridenti come bracconieri con lo stivale sul leone spelacchiato. Ma si è sempre a sud di qualcuno, quindi via quel piede dal leone, non c’è nessuna preda, questo non è un safari.
A cura di Stela Xhunga
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Torna l’estate e ricominciano i "safari" al sud. Orde di sedicenti economisti, influencer, professionisti, neo liberal che valicano il Po e discendono il Paese nella granitica certezza, anzi, aspettativa, che ciò cui vanno incontro sarà un’esperienza "diversa", un’esperienza al sud. Questi turisti per sempre si riconoscono per come sgranano gli occhi di fronte alle mani callose del pescivendolo alla Vucciria e a si fanno i selfie con il cameriere di Amalfi, lui con la giacca in poliestere bianca, loro con la camicia di lino bianca, sorridenti come bracconieri con lo stivale sul leone spelacchiato. "Che radio ascoltate in Sicilia?", chiede candida la giovane venuta dal nord, "Le stesse che ascoltate a Milano", ribatte placido il taxista. Entusiasti per il cibo, il sole, l’ospitalità, che scambiano per dovuto servilismo, questi turisti per sempre si indispettiscono enormemente se un meridionale gli si para sprezzante, orgoglioso o poco sorridente: ogni deviazione rende il safari meno interessante, meno "caratteristico". E se il suddetto meridionale ha l’ardire di non piegarsi al ruolo di cicerone, menù parlante, istrione, intrattenitore, eccetera, il turista affonda lo stivale lì dove fa più male, nel divario economico-occupazionale tra nord e sud e lo fa con la suasoria un po’ gesuitica un po’ codarda che Carlo Emilio Gadda, brianzolo, già a inizio Novecento, quando i social non avevano ancora dato il colpo di grazia, sintetizzò così: "Compatti, orgogliosi, borghesi, avevano dei celti il morboso culto della propria supposta intelligenza, non il franco eroismo dei celti: brontolavano contro i meridionali, ma nessuno di loro avrebbe mai osato contrastare ai dettami".

Intendiamoci, tutti possono sbagliare, fare una gaffe e dare consigli non richiesti a una sconosciuta dicendole come guadagnare 30 euro anziché 3. E non c’è niente di male a non conoscere la tabellina del 3, specie se non si è laureati in economia. C’è invece qualcosa di male nella spettacolarizzazione della servitù con tanto di video in diretta come c’è qualcosa di perverso nell’idea che bastino un filtro Instagram e una spunta blu a sdoganare qualunque tipo di contenuto, cavandosela poi con un "sono stata fraintesa" e "grazie a chi ha capito", dopo che si è spacciata l’umiliazione dell’altro per filantropia al grido barbaro di "Stay hungry stay foolish", dove per fame, ça va sans dire, si intende quella di soldi e fama.

"Fatta l'Italia, bisogna fare gli italiani" disse qualcuno all’indomani del 1861, sì, ma prima ripuliamoci da questo insopportabile paternalismo nei confronti del sud e anziché dare consigli su come guadagnare 30 euro a Palermo proviamo a capire perché a Palermo se ne guadagnano 3, studiando la storia, sì, ma quella del paese reale, non delle pasticcerie. Si scoprirebbe ad esempio che il superamento della spesa storica, la madre del divario tra il nord e il sud del Paese, è arrivato giusto l’altro ieri, 17 giugno, su spinta nemmeno del governo italiano, ma dell’Unione europea, che in virtù dei principi ispirativi del piano di ripresa (NextGen Eu) ha posto il vincolo della rimozione delle disuguaglianze tra nord e sud, così da rendere l’Italia, paese del sud Europa, un po’ meno "palla al piede" per il nord Europa, perché si è sempre a sud di qualcuno. Quindi via quel piede dal leone, non c’è nessuna preda, questo non è un safari.

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