Migliaia di parole, manifestazioni, convegni e bozze di legge per arginare il doloroso disprezzo verso le donne, addirittura una trasmissione pomeridiana chiusa con gran clamore su Rai Uno e poi dal tribunale di Torino emerge una storia che, stando agli elementi a disposizione, mette i brividi vanificando tutto il resto: un uomo è stato assolto (perché "il fatto non sussiste") dall'accusa di avere abusato di una collega di lavoro perché, secondo il giudice, la donna avrebbe detto "solamente" no basta senza mettersi a urlare.  La colpa della donna insomma sarebbe di non avere «tradito quella emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona» e ora per lei si configura addirittura il reato di calunnia.

Secondo quanto racconta il Corriere della Sera la vittima avrebbe alle spalle un'infanzia già segnata dagli abusi da parte del padre fin dall'età di cinque anni che avrebbero contribuito a definirne un profilo psicologico tormentato dall'«esperienza traumatica di abuso infantile reiterato intrafamiliare subito». La donna, durante la deposizione al processo, ha confessato che quel suo collega di lavoro, più anziano e "professionalmente più stabile" le aveva ricordato la figura paterna. Un dolore che affonda le unghie nei fantasmi del passato che però non ha convinto la corte.

Non solo non ha urlato, secondo il giudice, ma anche «non riferisce di sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale, sensazioni di sporco, test di gravidanza, dolori in qualche parte del corpo.» E a niente sono valse le spiegazioni della presunta vittima che, singhiozzando, aveva raccontato: «uno il dissenso lo dà, magari non metto la forza, la violenza come in realtà avrei dovuto fare, ma perché con le persone troppo forti io non… io mi blocco».

L'imputato (un quarantaseienne in servizio alla Croce Rossa) tra l'altro non ha mai negato "palpeggiamenti" e "alcune effusioni" verso la collega specificando però che fossero assolutamente consenzienti. Non solo: secondo l'uomo a causa della denuncia della collega avrebbe avuto dei seri problemi famigliari e professionali.

Scrive la corte sulla donna: «Non grida, non urla, non piange pare abbia continuato il turno dopo gli abusi», parla di "malessere" «ma – scrive la presidente di sezione – non sa spiegare in cosa consisteva questo malessere». Quindi il racconto "non appare verosimile" e il processo può dirsi chiuso.

La vicenda, al di là dei risvolti squisitamente giudiziari, ripropone un'altra volta l'abitudine di valutare la gravità di una violenza basandosi sulla reazione della vittima ed è, almeno culturalmente, un segnale pericolosissimo perché lascia sottinteso un recondito "piacere" che avrebbero le vittime nell'essere desiderate, palpate e violentate. E fa niente che l'imputato risulti patetico nel lamentare "conseguenze nella serenità famigliare" come se il problema fosse la denuncia e non le azioni (i palpeggiamenti di fatto sono stati confermati in fase dibattimentale): reagire poco è una colpa.

Alla prossima violenza le donne abbiano cura di reagire secondo il protocollo, grazie.