Con il ritorno a scuola, sono diverse le fasce di ragazzini più deboli la cui tutela deve essere costantemente monitorata e riadattata alla nuova quotidianità post quarantena. In particolare preoccupano i minori dei campi nomadi, inclusi a fatica nei progetti di scolarizzazione voluti in questi anni. Il Presidente dell'Associazione 21 Luglio, Carlo Stasolla, ci ha parlato della realtà degli insediamenti rom e sinti in tempi di pandemia. Qui gli adulti hanno smesso di lavorare per molto tempo mentre le famiglie che invece continuavano a vivere nelle baraccopoli non ufficialmente riconosciute hanno spesso deciso di trasferirsi in maniera definitiva all'estero o di tornare nel Paese d'origine. La crescita economica dell'Italia, spiega, sembrava essersi bruscamente arrestata anche ai loro occhi. La didattica a distanza, secondo Stasolla, ha sancito un distacco definitivo dei minori rom e sinti dall'istituzione scolastica. L'impossibilità di seguire le lezioni online ha costretto i ragazzini ad abbandonare la scuola per forza.

Non è stato quindi un bisogno dettato dalla necessità di aiutare in qualche modo le famiglie?

No, si tratta di un abbandono dovuto esclusivamente alla mancanza di strumentazione. È difficile pensare che alcune famiglie residenti in campi nomadi tollerati possano disporre di un computer o di una connessione internet capace di sostenere i bisogni di un minore in età scolare. Bisogna poi considerare che molti nuclei familiari sono numerosi, questo presupporrebbe l'utilizzo di più di un dispositivo per le lezioni online. Ovviamente non è stato possibile. Qualche istituto scolastico si è preoccupato di coprire questo gap ma non sempre con risultati ottimali.

Com'è andato per i ragazzi il primo giorno di scuola in presenza?

È ancora presto per avere dei numeri che possano attestare com'è stato questo rientro in classe. Dovremmo basarci sulle iscrizioni, ma per il momento – anche grazie all'attività prescolare per il reinserimento che abbiamo fatto quest'estate – crediamo che il calo di iscritti sarà sensibilmente alto. Da una parte c'è stato il lockdown che ha definitivamente allontanato i ragazzi, dall'altra parte c'è la minaccia di sgombero di diversi campi nomadi che rende più difficile la frequenza regolare in classe.

Per quale motivo è più difficile?

Perché i bambini sono spaventati e i genitori non hanno neppure la possibilità di accompagnare i figli a scuola. Dovrebbero andarci da soli, ma non vogliono lasciare casa sapendo che al loro ritorno potrebbero non trovarla.

Ma è possibile pensare di effettuare gli sgomberi post lockdown?

Assolutamente no. Secondo le norme nazionali post Covid, fino al 31 dicembre 2020 ogni sgombero è interdetto su tutto il territorio nazionale. A Roma, la città che conta più insediamenti in Italia, questo sembra non essere rispettato: abbiamo iniziato delle procedure legali perché senza un piano di ricollocamento in sicurezza, l'idea di smantellare un campo è completamente illegale. Questo vuol dire che realtà come quelle di Castel Romano sono attualmente tutelate da un decreto legge che bisogna tenere in considerazione.

Campi nomadi e Covid

Nel corso della quarantena la realtà degli insediamenti nomadi, nonostante il rischio contagio elevato, non è stata tenuta sotto la lente di ingrandimento sanitaria. Il lockdown è stato imposto a tutti, come da norma nazionale, eppure le condizioni di lavoro saltuarie e l'estrema vicinanza di tutti gli individui che abitano un campo nomadi hanno messo a dura prova il sistema di distanziamento sociale. Gli adulti hanno continuato ad uscire almeno una volta al giorno per la spesa, ma qualcuno ha dovuto improvvisare per cercare di rimediare alle consistenti perdite economiche causate dalla mancanza di lavoro. Chi guadagnava 40 euro al giorno, ora li guadagna in circa tre giorni. Secondo quanto ha dichiarato Carlotta Bellomi di Save The Children, la difficoltà riscontrata dalle famiglie rom e sinti favorirà la dispersione scolastica perché i ragazzi hanno imparato a vivere senza la scuola durante la quarantena in quanto è stato impossibile riportare in classe, seppure virtuale, i bambini che non hanno potuto sostenere da soli il costo di un'istruzione da remoto.

L'Associazione 21 Luglio ha messo nero su bianco alcuni dati sull'impatto del lockdown sui 3.500 abitanti delle baraccopoli di Roma. Il report è stato realizzato tramite interviste telefoniche i cui risultati sono stati uniti ai dati raccolti grazie alle visite effettuate nei mesi anteriori al diffondersi dell'epidemia. La capitale non conta i micro-insediamenti non riconosciuti nella suddivisione ufficiale dei campi rom e sinti, ma qui vive buona parte della comunità. Sono proprio queste le realtà che hanno riscontrato maggiori difficoltà in quanto è stato impossibile fornire loro anche dispositivi per la protezione personale. Chi abbandonava i container poteva farlo una volta al giorno e solitamente, invece di indossare una mascherina, usciva con una sciarpa sul viso. Secondo i dati, le famiglie hanno vissuto come un trauma l'interruzione di servizi come quelli delle mense scolastiche perché con questi è venuto meno per tanti minori l'unico pasto ricco e proteico della giornata.