Schiavitù e discriminazione nella Piana di Sibari: “30 euro ai braccianti pakistani e 23 a quelli africani”

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Foto dei Carabinieri Tutela del Lavoro
Ammassati nel bagagliaio di un’auto fino ai campi dove lavoravano per 10 ore al girono percependo una paga che cambiava in base al paese d’origine. Era questo l’inferno dei braccianti svelato da due giovani africani. Dalla loro denuncia è nata l’inchiesta che ha portato all’arresto di 20 persone nella Piana di Sibari.

Venivano caricati nei bagagliai delle auto e per essere condotti nei campi, e qui venivano sottoposti a turni massacranti nel caldo della Piana di Sibari, in Calabria. Tutti i braccianti che arrivavano qui conducevano la stessa vita, ma il compenso era diverso a seconda della regione di provenienza. I più penalizzati all'interno di un sistema di sfruttamento che si regge su crudeltà e umiliazione, erano le persone di origine sub-sahariana, alle quali era riservato il trattamento più duro e le condizioni economiche peggiori.

Il blitz dei Carabinieri ha portato all'arresto di 20 cittadini stranieri: 18 pakistani, 1 indiano ed 1 cittadino del Bangladesh. Sono indiziati, a vario titolo, di associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e allo sfruttamento del lavoro; riduzione in schiavitù; estorsione; e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

A questi, come apprende Fanpage.it da fonti investigative, si aggiungono altre 46 persone denunciate a piede libero. Si tratta dei colletti bianchi del caporalato, come commercialisti e operatori di CAF conniventi.

Questi due mondi, i braccianti di origine straniera e gli impiegati italiani farebbero parte di due distinte associazioni per delinquere tra loro profondamente interconnesse sul piano operativo. Entrambe agivano all'ombra della ‘ndrangheta che attraverso prestanome gestiva direttamente le aziende agricole dove venivano impiegati i braccianti.

Il listino prezzi dei braccianti

I braccianti arrivavano tutti insieme nei campi, facevano gli stessi orari, ma venivano pagati in modo diverso. Le persone di origine sub-sahariana – soprattutto nigeriani, gambiani, senegalesi – venivano sottoposti alle condizioni economiche più penalizzanti e umilianti, e questo era evidente anche nella paga giornaliera di appena 23-27 euro (pari a circa 2,70 – 3,00 euro all’ora). Ai lavoratori di origine pakistana ed afghana, invece, veniva riservato un trattamento leggermente diverso, con retribuzioni giornaliere stabilite tra i 30 e i 35 euro (pari a circa 3,30 – 4,00 euro all’ora).

"Una sistematica e ponderata discriminazione salariale applicata dai caporali in base alla provenienza geografica ed etnica dei braccianti sfruttati – sottolinea chi ha condotto l'indagine – La disperazione e lo stato di bisogno di questi giovani migranti sub-sahariani era tale da costringerli, in diverse occasioni documentate dalle intercettazioni, a implorare umilmente il proprio caporale anche solo per ottenere la dazione di 10 euro per poter acquistare cibo e sopravvivere".

Per impedire qualsiasi via di fuga, gli indagati tratteneva sistematicamente e parzialmente i salari dovuti, minacciando le vittime di cacciarle di casa, far perdere loro il permesso di soggiorno o aggredirle fisicamente qualora avessero protestato.

L’attività investigativa nasce nel 2020 proprio a seguito di una ritorsione denunciata da due “caporali”, oggi fra gli indagati. I due si presentarono spontaneamente dai Carabinieri per sporgere denuncia per il danneggiamento degli pneumatici delle proprie vetture, indicando come sospettati tre giovani migranti di origine africana che lavoravano per loro.

A loro volta, i tre giovani presentarono una contro-denuncia rompendo così il muro del silenzio dietro cui si cela l'inferno del caporalato. I ragazzi rivelarono che il taglio degli pneumatici era l’epilogo di lunghi dissidi scaturiti dalle loro legittime richieste di regolarizzazione contrattuale, e dal sistematico mancato pagamento di mesi di lavoro, descrivendo per la prima volta in maniera diretta quello che i Carabinieri stessi definiscono "l’inferno dello sfruttamento e delle gravi minacce subito sul territorio".

Le vittime, in maggioranza giovanissimi in situazione di assoluta indigenza, venivano reclutate approfittando della loro irregolarità sul territorio, della mancanza di alternative e della non conoscenza della lingua italiana.

I lavoratori venivano costretti a coabitare fino a 20 persone contemporaneamente in alloggi fatiscenti, degradati, privi di riscaldamento, luce e gas nel centro storico di un comune locale, per i quali l’organizzazione tratteneva dai salari quote di 50-60 euro al mese. In egual modo, subivano anche una decurtazione di 5 euro al giorno per il viaggio. Questo viaggio consisteva in un passaggio nel bagagliaio di auto strapiene, come mostrano i video realizzati dai Carabinieri.

Chi sono i colletti bianchi del caporalato

La seconda associazione, che lavorava con quella dei caporali in stretta sinergia, era composta da soggetti italiani, ed era finalizzata in via esclusiva al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina su scala industriale. Si tratta di professionisti compiacenti, a cominciare dai commercialisti, e sull’abuso delle pubbliche funzioni esercitate da operatori di CAF e Patronati operanti in Calabria e in Basilicata.

Abusando delle loro credenziali d’accesso ai sistemi ministeriali, questi predisponevano e inoltravano telematicamente migliaia di istanze di assunzione fittizie nei click day del Decreto Flussi. Le istanze venivano presentate per conto di ditte agricole e commerciali intestate a prestanome o completamente fittizie, prive quindi di terreni, dipendenti e fatturati reali.

"I professionisti provvedevano a “gonfiare” ad arte i requisiti patrimoniali e i bilanci aziendali tramite la creazione di false fatture di acquisto e vendita, inducendo in errore gli uffici della Prefettura e dell’Ispettorato del Lavoro – spiegano i militari – Per ogni pratica finalizzata all’ottenimento del visto di ingresso o della regolarizzazione temporanea, l’organizzazione pretendeva dai migranti somme oscillanti tra i 6.500 e i 10.000 euro per singola pratica".

Questo sistema nelle intercettazioni veniva definito come la “gallina dalle uova d’oro” per la capacità di generare profitti illeciti milionari e perché si trattava di un inesauribile serbatoio per il mercato nero. Una volta giunti sul territorio nazionale, i migranti, privi di reale impiego presso le ditte fittizie e gravati dai debiti contratti per pagare il visto, venivano sfruttati nei campi dal caporalato.

Per celare la propria identità e aggirare i limiti numerici imposti alle domande private, i membri del sodalizio hanno finanche carpito e utilizzato abusivamente l’identità digitale (SPID) e le credenziali telematiche di ignari cittadini extracomunitari precedentemente regolarizzati.

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