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Opinioni
Scomparsa Saman Abbas
23 Novembre 2022
09:47

Saman Abbas: cosa non ha funzionato nelle ricerche e perché lo zio ha parlato solo adesso

Il cadavere di Saman non sarebbe mai stato ritrovato se lo zio Danish non avesse portato gli investigatori sul luogo della sepoltura. A causa di un cortocircuito nel sistema delle ricerche.
A cura di Anna Vagli
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Scomparsa Saman Abbas

I resti di Saman Abbas sono stati cercati ininterrottamente per mesi con ogni tipo di mezzo e ogni tipo di strumento: dai cani molecolari all'elettromagnetometro. Ma senza le indicazioni dello zio Danish – ancora da verificare –  non sarebbero mai stati ritrovati per un corto circuito del sistema.

Saman è stata uccisa per riabilitare l’onorabilità della famiglia lesa nel momento in cui si è rifiutata di celebrare il matrimonio combinato. Premeditazione, lucidità e nessuna esitazione di tutto il clan Abbas.

Ma dopo l’intercettazione della chiamata di Shabbar, e quindi dopo la relativa ammissione di responsabilità, è escludibile l’ipotesi che la licenza per uccidere sia stata relegata dall’uomo allo zio Danish. Che, a questo punto, potrebbe aver architettato tempi, luoghi e modalità per intervenire nella fase successiva: quella di occultamento del cadavere.

Una certezza incontrovertibile. A prescindere che sia stato lui o meno l’esecutore, quindi, lo zio Danish ha sicuramente partecipato all’attività di disfacimento dei resti di Saman. Dal momento che ha condotto gli investigatori nel luogo in cui verosimilmente sono stati abbandonati.

Perché lo zio Danish ha parlato solo adesso?

È verosimile ipotizzare che Danish si sia determinato a condurre gli inquirenti nel luogo di sepoltura dopo aver appreso la notizia dell'arresto di Shabbar. Chiaramente si tratta di una strategia di tipo processuale. Una strategia finalizzata a ottenere sconti di pena proprio in virtù del nuovo comportamento collaborativo.

La ragione per la quale, invece, le operazioni di recupero del corpo sono ritardate, è di tipo procedimentale. In questo senso, trattandosi di accertamenti tecnici irripetibili, deve essere data alle parti la possibilità di nominare propri consulenti. Consulenti che, poi, saranno messi in condizione di partecipare alle attività peritali. Queste ultime, secondo il codice di rito, devono infatti svolgersi nel rispetto del principio del contraddittorio. A mezzogiorno di oggi è previsto il conferimento degli incarichi.

Cosa non ha funzionato nelle ricerche?

I resti di Saman sarebbero stati rinvenuti in un sacco nero a soli due km di distanza dal casolare dove la giovane viveva con la sua famiglia. Dunque, questo caso evidenzia ancora una volta le difficoltà che gli investigatori incontrano nella ricerca delle persone scomparse.

In particolar modo, troppo spesso si tende a considerare solo l’investigazione scientifica, trascurando quella tradizionale che, invece, si basa sulla logica. Quest'ultima infatti avrebbe condotto a setacciare prima di tutto le zone limitrofe all’azienda agricola. Aumentando di conseguenza le possibilità di rinvenire il corpo della giovane pachistana.

Ma i limiti delle ricerche sono insiti anche nella sopravvalutazione dell’attività svolta dai cani molecolari.

Per ritrovare Saman sono state fatte arrivare unità cinofile specializzate dalla Germania e dalla Svizzera. Ancora una volta, però, la loro attività si è rivelata fallimentare.

Difatti, i cani molecolari hanno sicuramente un ottimo olfatto, possedendo da 200 a 320 milioni di recettori olfattivi, ma possono trovare un corpo solo se gli vengono forniti gli elementi essenziali e precisi. Vale a dire il giusto “odore”, quello che emana la persona.

Nella ricerca di persone vive, quindi, il problema non si pone perché l’odore che emana la persona da trovare è tendenzialmente il solito. Ma se bisogna cercare qualcuno di deceduto, e probabilmente in seguito buttato in acqua o seppellito, le molecole emanate dal soggetto saranno diverse. E questo complica inevitabilmente le ricerche condizionandone l’esito. Di qui la fallacità del sistema.

Analogo ragionamento può farsi con riferimento all’elettromagnetometro e al georadar.Da tale angolo di visuale, questi ultimi sono in grado di rilevare i copri fino a sei metri di profondità, ma la vastità di quelle serre ha reso l’attività pressoché inutile perché ci si è concentrati su porzioni di territorio profondamente distanti dall’effettivo luogo di sepoltura. Proprio per queste ragioni, quindi, le operazioni scientifiche avrebbero dovuto essere guidate da criteri derivanti dalla logica dell'investigazione tradizionale.

Qual è stato il ruolo di Nazia Shaheen, la madre di Saman?

"Ti prego fatti sentire. Ti prego torna a casa, stiamo morendo". Queste le parole agghiaccianti scritte da Nazia a Saman nel dicembre del 2020, quando la ragazza si trovava in comunità. L'ultima immagine della donna in Italia è quella insieme al marito Shabbar all'aeroporto di Malpensa, prima di volare in Pakistan.

I genitori di Saman all’aeroporto di Malpensa il giorno dopo la scomparsa
I genitori di Saman all’aeroporto di Malpensa il giorno dopo la scomparsa

Saman era stata uccisa solo da qualche ora ed in genitori si stavano imbarcando per fare rientro in patria. Oggi Nazia è l'unica ad essere rimasta latitante.

Ma che ruolo ha avuto nella morte della figlia? La vicenda non si gioca solo sul campo giudiziario. Nazia ha appoggiato la decisione dell'intero clan di eliminare quella figlia che voleva un futuro diverso dal suo. Un futuro lontano dai matrimoni combinati e dalle rigide imposizioni religiose.

È morta perché voleva semplicemente esercitare il diritto di essere una qualsiasi cittadina del mondo occidentale: libera. Sua madre, invece, ha preferito sacrificarne la vita nell'ottica della preservazione dell'onore del clan. Come se a guidarla fosse una vera e propria ragion di stato.

Solitamente il sentimento materno è concepito per essere qualcosa di così forte da non poter mai essere superato. Tantomeno dall'adesione a regole culturali. Ma nel caso di Nazia l'ideologia ha travalicato anche la forza di questo legame.

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Dottoressa Anna Vagli, giurista, criminologa forense, giornalista- pubblicista, esperta in psicologia investigativa, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine e criminal profiling. Certificata come esperta in neuroscienze applicate presso l’Harvard University. Direttore scientifico master in criminologia in partnership con Studio Cataldi e Formazione Giuridica
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