Da adolescente aveva avuto qualche problema ritrovandosi con piccoli precedenti ma da allora la sua vita era nettamente cambiata: era cresciuto, aveva un lavoro stabile e aveva messo su famiglia con figli. Poi improvvisamente qualche mese fa tutto attorno a lui sembra essere crollato: ha perso la compagna, poi i figli e infine il lavoro e un tetto sotto cui ripararsi, così si è ritrovato a vagare per strada con la voglia di togliere anche a qualcun'altro  quella felicità che lui aveva perso. È la vicenda personale che emerge dal racconto di Machaouat Said, il killer di Stefano Leo, il 33enne piemontese ucciso con una coltellata alla gola il 23 febbraio scorso sulla passeggiata pedonale di Lungo Po Machiavelli a Torino.

Classe 1993, nato a Casablanca, ma arrivato in Italia fin da piccolo, il 27enne Machaouat Said nel nostro Paese aveva trovato un lavoro, l'amore e anche la cittadinanza italiana prima di scivolare in una spirale senza uscita che ha fatto riemergere in lui una personalità violenta in grado di uccidere senza un vero motivo la prima persona che gli è capitata davanti solo per togliergli dalla faccia quel sorriso sintomo di una felicità che lui non aveva più. Lo ha raccontato lui stesso agli increduli inquirenti dopo essersi costituto aver rivelato di essere l'assassino del giovane Stefano Leo, la cui unica colpa è stata quella di passargli accanto per recarsi al lavoro.

"Volevo uccidere qualcuno, volevo ammazzare un ragazzo come me, togliergli tutte le promesse, i figli, toglierlo ad amici e parenti. Ho scelto lui perché aveva un’aria felice" ha dichiarato il giovane ai pm Ciro Santoriello e Enzo Bucarell dopo aver raccontato a polizia e carabinieri dei suoi problemi  e della sua disperazione. "Il movente che ci viene raccontato fa venire freddo alla schiena"  ha ammesso lo stesso procuratore vicario di Torino Paolo Borgna confermando che sulla confessione del 27enne sono in corso ulteriori indagini. "Parliamo di un senzatetto che non aveva soldi per mangiare, né per comprare giornali e non aveva un telefonino cellulare" ha spiegato il comandante provinciale dei carabinieri di Torino, colonnello Francesco Rizzo, confermando che vittima e assassino non si conoscevano prima del delitto.

Stando sempre al racconto della 27enne, la sua parabola discendente sarebbe iniziata nell'inverno scorso dopo la fine della relazione con la compagna. È dovuto andare via da casa e non riusciva a vedere il figlio come voleva lui. Una vera ossessione per lui. "La cosa peggiore è sapere che il mio bimbo di quattro anni chiama papà l'amico della mia ex compagna" avrebbe detto ai carabinieri. Poi ha perso anche il lavoro di cameriere, mestiere  che aveva  imparato frequentando corsi professionali in un istituto alberghiero di Torino, e infine non è stato più in grado di pagarsi un affitto. Inizialmente si è arrangiato chiedendo ospitalità ad un conoscente, poi da gennaio è finito nei dormitori di notte e a vagare in strada di giorno fino all'agghiacciate progetto di uccidere qualcuno a caso. "Tra tutte le persone che passavano ho scelto di uccidere questo giovane perché si presentava con un’aria felice. E io ho scelto di uccidere la sua felicità"  ha confessato il 27enne.