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Rigopiano, la sentenza d’appello bis: assolto l’ex sindaco di Farindola, condannati tre funzionari

A nove anni dalla tragedia che il 18 gennaio 2017 causò 29 vittime, è arrivata la quarta sentenza. La Corte d’Appello di Perugia ha condannato due funzionari della Regione Abruzzo per disastro colposo. In cinque sono stati assolti (tra cui l’ex sindaco di Farindola Lacchetta), per due c’è stata la prescrizione.
A cura di Biagio Chiariello
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È arrivata poco fa a Perugia la sentenza dell’appello bis per il disastro di Rigopiano, la tragedia del 18 gennaio 2017 che causò la morte di 29 persone tra ospiti e dipendenti dell’hotel sul Gran Sasso. La Corte d’Appello ha condannato tre dirigenti della Regione Abruzzo per disastro colposo: Carlo Giovani, Emidio Primavera e Pierluigi Caputi. Per altri due imputati le condanne sono soggette a prescrizione, mentre cinque persone, tra cui il sindaco di Farindola Ilario Lacchetta, sono state assolte.

Il processo, che ha visto il procuratore generale Paolo Barlucchi richiedere pene specifiche per ciascun imputato, aveva chiesto tre anni e dieci mesi per cinque dirigenti regionali precedentemente assolti nei processi in Abruzzo; conferma di due anni e otto mesi per l’ex sindaco di Farindola, condannato nei gradi precedenti; due anni e otto mesi anche per il tecnico comunale Enrico Colangeli; tre anni e quattro mesi per i due tecnici della Provincia di Pescara Mauro Di Biasio e Paolo D’Incecco. Per l’ex dirigente regionale Sabatino Belmaggio, già assolto nei precedenti gradi, era stato chiesto il proscioglimento.

Dopo una camera di consiglio durata oltre nove ore, la Corte ha confermato solo tre condanne, applicando la prescrizione per due imputati e assolvendo gli altri cinque. La decisione finale ribalta in parte le richieste del Pg, che aveva chiesto conferma delle condanne per nove imputati su dieci. La sentenza segna così un passaggio importante nell’iter giudiziario della tragedia che sconvolse il Gran Sasso e l’Italia intera.

Le famiglie delle vittime, presenti in aula e fuori dall’edificio, hanno accolto la lettura con emozioni contrastanti: sollievo per le condanne, ma ancora dolore per le vite perdute e per le responsabilità che rimangono impresse nella memoria collettiva. “Non si poteva prevedere il terremoto, non si poteva prevedere tanta neve, ma si poteva evitare che l’albergo sorgesse in un luogo non adatto, sotto un canalone; si poteva aggiornare la carta valanghe; si poteva evitare di avere turbine rotte; si poteva evitare di tenere aperto il resort con quelle condizioni”, ha dichiarato Mariangela Di Giorgio, madre di Ilaria Di Biase, cuoca nell’hotel e tra le vittime.

I dieci imputati sono stati giudicati per disastro colposo e omissioni legate alla mancata realizzazione della Carta pericolo valanghe, documento fondamentale che avrebbe potuto prevenire la tragedia.

Il percorso giudiziario che ha portato a questa sentenza è stato lungo e complesso. Il processo di primo grado, iniziato il 16 luglio 2019, si concluse nel febbraio 2023 con numerose assoluzioni e poche condanne, suscitando grande sconcerto tra i parenti delle vittime. La Corte d’Appello dell’Aquila nel 2024 modificò parzialmente le sentenze, aggiungendo nuove condanne, mentre la Cassazione a dicembre 2024 annullò con rinvio alcune posizioni chiave, aprendo la strada all’appello bis iniziato il 10 novembre 2025 a Perugia.

Il 18 gennaio 2017 resta scolpito nella memoria: quattro scosse di terremoto avevano già messo in allerta la zona, mentre 40 persone erano bloccate nell’albergo senza vie di accesso praticabili. Alle 17, mentre gli ospiti si preparavano finalmente a lasciare la struttura, una valanga di circa 120.000 tonnellate si staccò dal Monte Siella, travolgendo l’hotel e riducendolo in pochi istanti a macerie. I soccorsi partirono con ritardo e solo nella notte vennero estratti i primi sopravvissuti; il bilancio definitivo fu di 29 morti.

A quasi nove anni dalla tragedia, la sentenza di oggi chiude una fase cruciale del lungo calvario giudiziario.

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