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Opinioni
26 Novembre 2015
18:03

Quanto sono brutte le campagne di comunicazione “contro la violenza alle donne”

La giornata contro la violenza alle donne è diventata ormai l’occasione per comunicare quanto non si è capito nulla sul tema: perché le campagne di sensibilizzazione sono le più brutte di sempre?
A cura di Sabina Ambrogi
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Ieri non era il primo 25 novembre che accadeva. Tutti i 25 novembre, da che è stata istituita nel 1999 dall'Onu la giornata contro la violenza alle donne, media e istituzioni sono coinvolti in campagne di comunicazione. Queste avrebbero come obiettivo di rendere note, sollevare dibattiti e riflessioni sulle ragioni della violenza maschile alle donne che, pur conservando una matrice comune, varia di paese in paese. Ma ogni 25 novembre le campagne sono sempre più brutte, sbagliate e fuorvianti. Perché le fanno?

Così anche quest'anno non è stato da meno. La palma d'oro della bruttezza va alla gallery delle dive americane (da Madonna a Kim Kardashian, Gwyneth Paltrow e Angelina Joly) e benché si tratti di una carrellata di donne intelligentissime e evolute sono cadute tutte nella trappola: l'artista Alexandro Palombo le ha rappresentate con i volti feriti e tumefatti, stravolti dopo la brutalità appena subìta, con un claim ancora più discutibile: “la vita potrebbe essere una favola se rompi il silenzio” il che è sicuramente vero, ma poi segue: “nessuna donna è immune da abuso domestico”.  Il che è falso. Anche se il numero di donne che subiscono abusi è altissimo (in Italia una donna su tre) generalizzare così inchioda l'intero genere femminile a una sorta di destino implacabile che finirà per essere accettato passivamente a meno di non avere grande forza e risorse (interiori e economiche) per reagire, che sono appunto quelle che mancano alle donne che subiscono abusi domestici. Soprattutto: se un uomo violento vede Kim Kardashian violentata può sentirsi inibito dal compiere nuovamente questo gesto? E una donna sa che potrebbe reagire nel vedere i suoi tratti alterati? L'artista non è nuovo di questo tipo di comunicazione: ha disegnato tutte le principesse di Walt Disney disabili. Il che non aiuta né i disabili né i non disabili a percepire la disabilità (perché “punire” tutti per normalizzare una diversità?) o ancora peggio le coppie storiche da Biancaneve e il principe, a Marge e Homer Simpson passando per Braccio di Ferro e Olivia dove comunque è sempre lei ad avere un occhio nero e sangue dalla bocca, mentre lui sorride, felice, accanto. Il che incoraggerebbe qualsiasi uomo violento a continuare a credere nel suo equivoco di supremazia.

Sono anni che si fanno segnalazioni sulla questione della comunicazione, e più o meno la protesta si sintetizza così: "non si combatte la violenza alle donne se si continua a raffigurare una donna picchiata".  Tuttavia non si capisce.  Al punto che chi persevera comincia a essere sospetto: non ci sarà allora una forma di sadismo o di soddisfazione? Il sospetto cresce quando si tratta di belle donne o anche famose, ben truccate, con i tratti deturpati dalla violenza. Quella della comunicazione del tema, resta comunque un' anomalia mondiale come è mondiale il maschilismo. Se si fa una ricerca immagini su google con “violenza alle donne 25 novembre” si è sommersi dalla prevalenza di orribili immagini di occhi neri, bocche cucite, mani che stringono coltelli, donne raggomitolate e accucciate in fondo a una stanza con pugni in primo piano pronti a colpire, mani avanti in segno di difesa o forse di “stop”: la differenza è talmente minima che si confonde. La stessa sequenza di immagini appare se la ricerca è fatta in inglese, in francese, in spagnolo e in arabo. Cambia leggermente in tedesco, olandese, russo e svedese (usano più le scritte e le immagini di “coalizioni” femminili) oltre che scarpe rosse a profusione, ma insomma il concetto prevalente è che le donne sono appunto delle vittime, forse anche un po' sceme a questo punto, visto che prendono pugni e se ne stanno in silenzio da una parte a prenderli. Gli uomini a parte quale caso assai raro, sono i grandissimi assenti.

Un coro mondiale sintonizzato vibra il 25 novembre e in cui almeno per un giorno ci si occupa di persone che stanno realmente subendo violenze e abusi in famiglia o dai partner o meglio in cui ci si mette al posto loro, e si dice chiaro e forte che il 25 novembre, noi le capiamo. Oggi è già tutto finito: domani si sentiranno i tuoni contro l'educazione alla parità nelle scuole, la sensibilizzazione all'uguaglianza, e la ripartizione dei ruoli e a dare per scontato che la donna abbia un ruolo stereotipato. Il tutto per paura che un figlio diventi omosessuale. Insomma tutti contro quelle cose che aiutano realmente a fermare i meccanismi della violenza partendo, guarda un po', proprio dall'educazione nelle scuole.

Se ci si inoltra nei video è ancora peggio: la regista Francesca Comencini, una delle maggiori protagoniste del femminismo patinato di Se non ora quando, nel 2011, fece uno spot angosciante con delle donne che gridavano “ti amo” a qualcuno e mano a mano piangevano sempre più e sempre più deturpate. Perché mai un uomo violento si dovrebbe sentire inibito da tale narrazione di uno spettacolo che per lui è familiare? E perché mai una donna che subisce violenza si dovrebbe sentire motivata a reagire dalla rappresentazione della sua condizione?

Ma lo scettro della bruttezza va all'insulto permanente della statua di Ancona dal titolo “ violata” che mostra una donna di bellezza ideale con borsetta, gli abiti stracciati un fondoschiena prominente e erotico, seni al vento. Questo per dire no alla violenza alle donne e per ricordarne le vittime. La statua fu finanziata (nel 2013) senza un bando. E sebbene sia coperta da post it che dicono “non in mio nome” e il sindaco e istituzioni raggiunti da almeno 2600 firme di protesta, resta lì, azzurrina e incongrua.

Andrebbe davvero istituita una giornata contro le “brutte campagne di sensibilizzazione che confermano ciò che si vuole contrastare” solo che niente di più facile che per dire che una campagna è brutta se ne faccia una ancora più brutta. E che bello sarebbe poter mandare in un circuito continuo la storia di una delle magnifiche protagonsite del film di Matteo Garrone "il Racconto dei Racconti": la principessa, vittima delle decisioni di un padre sciagurato e stravagante viene data in moglie a un marito che è un orco violento. Dopo mille peripezie la principessa torna dal padre – ormai disperato per la sorte della figlia- con su di un piatto la testa dell'orco. Solo allora tutti i personaggi del film troveranno pace in una ricomposizione corale. E solo così, forse, al 25 novembre si restituirebbe verità fantasia e speranza.

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Autrice televisiva, saggista, traduttrice. In Italia, oltre a Fanpage.it, collabora con Espresso.it. e Micromega.it. In Francia, per il portale francese Rue89.com e TV5 Monde. Esperta di media, comunicazione politica e rappresentazione di genere all'interno dei media, è stata consigliera di comunicazione di Emma Bonino quando era ministra delle politiche comunitarie. In particolare, per Red Tv ha ideato, scritto e condotto “Women in Red” 13 puntate sulle donne nei media. Per Donzelli editore ha pubblicato il saggio “Mamma” e per Rizzoli ha curato le voci della canzone napoletana per Il Grande Dizionario della canzone italiana. E' una delle autrici del programma tv "Splendor suoni e visioni" su Iris- Mediaset.
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