Protestano anche i pescatori dell’Adriatico: “Sconto al gasolio o non torniamo in mare: pronti a sciopero a oltranza”

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Un peschereccio al porto di San Benedetto del Tronto
Anche le marinerie dell’Adriatico stanno protestando contro l’aumento del prezzo del gasolio: “Siamo disposti ad andare avanti con lo sciopero a oltranza finché non arriveranno provvedimenti concreti. Senza un freno reale sul costo dell’energia, il nostro comparto non ha prospettive di sopravvivenza”.

Nei porti del Mar Adriatico i pescherecci sono allineati lungo le banchine a motori spenti e le reti restano a riposo. La marineria di San Benedetto del Tronto, uno dei cuori pulsanti della pesca italiana, da oggi è in prima linea nella protesta contro il caro gasolio proclamata non solo dagli autotrasportatori, ma anche da chi va per mare e vede ormai di giorni in giorno aumentare a dismisura i costi di esercizio e ridurre i guadagni.

"La situazione è diventata insostenibile", spiega a Fanpage.it Pietro Ricci, presidente della Marineria di San Benedetto del Tronto, raccontando che i costi del gasolio incidono ormai per il 60-80% dei ricavi delle battute di pesca. "Nelle ultime quattro settimane, da quando abbiamo ripreso l'attività dopo il fermo pesca, ci siamo autotassati lavorando soltanto due giorni a settimana. Il nostro obiettivo era tagliare i costi e limitare l'offerta per provare a far salire il prezzo del pescato all'asta, benché per legge potremmo effettuare le nostre 72 ore settimanali spalmandole su tre o quattro giornate. Rinunciare a quattro uscite al mese significa togliere ossigeno ai conti e rendere difficile garantire uno stipendio dignitoso ai marinai. Lavorando otto giorni al mese invece di dodici quegli incassi mancano, e non è più possibile per le famiglie tenere botta".

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A determinare la crisi del settore, che si somma a quella di praticamente tutti i comparti produttivi italiani – qui, ad esempio, l'automotive – sono fattori internazionali legati alle tensioni geopolitiche e ai mercati energetici. Ricci individua chiaramente le origini di questo tracollo economico nelle guerre, in particolare quella tra Russia e Ucraina e quella scatenata lo scorso febbraio dagli Stati Uniti all'Iran: "Il nostro auspicio è che questi conflitti finiscano e che si torni alla normalità. Purtroppo stiamo subendo gli effetti di una nuova guerra in Medio Oriente che si è aggiunta alla prima, in Ucraina. Siamo usciti a fatica dall'emergenza Covid, durante la quale avevamo comunque ridotto le uscite ma con un gasolio a costi molto più bassi. Poi è scoppiato il conflitto tra Mosca e Kiev, che ha spinto il carburante attorno a un euro. Oggi, con l'aggressione americana e israeliana all'Iran, la soglia dell'euro è stata abbondantemente superata. Quando siamo tornati in mare, a settembre, il primo rifornimento l'ho pagato un euro e trentacinque centesimi al litro, ed è un prezzo spropositato. Ricordo che usiamo gasolio da trazione per la pesca, senza Iva e senza accise. In Sardegna o in Sicilia i colleghi sono arrivati a pagarlo perfino un euro e settanta. A questi livelli lavorare diventa impossibile: non si può andare in mare se ogni battuta produce una perdita certa".

Il meccanismo di vendita all'ingrosso rende inoltre impossibile scaricare i rincari sul prezzo finale. "Il consumatore finale non può farsi carico delle nostre spese operative fuori controllo", spiega Ricci. "Il pesce non può aumentare all'infinito perché anche le famiglie sono in difficoltà con la spesa quotidiana. Se un chilo di merluzzo all'ingrosso costa tredici euro, tra Iva, diritti d'asta e ricarico del dettagliante arriva sui banchi a venti euro. A quella cifra non lo compra più nessuno. La nostra asta al mercato ittico va al ribasso, con il sistema alla francese: parte da un prezzo stabilito e scende. È la domanda che comanda. Se tiriamo troppo la corda lavorando un solo giorno a settimana per alzare le quotazioni, il pesce resterà invenduto e finiremo per mangiarcelo da soli".

Di fronte a questa situazione economica le marinerie dell'Adriatico chiedono al governo interventi concreti: "Serve un aiuto diretto alla pompa con un prezzo calmierato, esattamente come hanno fatto altri Paesi europei come Francia e Spagna. Chiediamo uno sconto immediato all'erogatore del carburante per consentire a tutti di fruirne subito, senza meccanismi complessi di bandi o crediti d'imposta. Questa è la vera strada per superare la crisi. Parallelamente chiediamo da anni una cassa integrazione stabile, sulla falsa riga di quella riconosciuta all'agricoltura. Oggi abbiamo solo un rimborso di trenta euro al giorno erogato annualmente tramite le Capitanerie. Siamo a fine 2026 e stiamo ancora aspettando la cassa integrazione del 2025, che forse arriverà a gennaio perché le domande sono slittate a luglio. Senza uno strumento stabile, per assicurare una paga ai marittimi l'armatore deve mettere mano alle proprie tasche, ma non si può reggere a lungo".

La determinazione della marineria sambenedettese a proseguire la protesta è netta e lo stop di oggi non è da considerare una parentesi occasionale: "Siamo assolutamente disposti ad andare avanti con lo sciopero a oltranza finché non arriveranno provvedimenti concreti", afferma con decisione Ricci. Una mobilitazione che si salda saldamente con il malcontento degli autotrasportatori, verso i quali i pescatori esprimono piena solidarietà. "Seguiamo con favore la protesta dei camionisti e la riteniamo giusta. Pagare il gasolio a due euro e trenta o due euro e quaranta al litro per chi fa trasporto su gomma è abominevole. È sacrosanto che anche loro abbiano un ristoro o un prezzo calmierato. Inoltre, se nelle nostre zone i blocchi stradali dovessero fermare i mezzi pesanti, saremmo costretti a fermarci anche noi, visto che il nostro pescato viaggia esclusivamente su gomma. Non avrebbe senso uscire in mare se il prodotto non potesse raggiungere i mercati. Siamo arrivati a un punto di non ritorno per tutto il sistema produttivo italiano. Tutte le attività lavorative stanno soffrendo: il Governo deve intervenire con misure specifiche. Senza un freno reale sul costo dell'energia, il nostro comparto non ha prospettive di sopravvivenza".

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