Sette anni di reclusione: è questa la richiesta avanzata dalla Procura di Prato, guidata da Giuseppe Nicolosi, per l'operatrice socio-sanitaria di 32 anni accusata di violenza sessuale dopo che nell'estate del 2018 ha avuto un figlio da un ragazzo di 15 anni a cui dava ripetizioni di inglese. L'accusa ha chiesto anche per il marito della donna, accusato di aver assunto la paternità del bambino sapendo di non essere il padre naturale, due anni di carcere. Entrambi i coniugi erano presenti oggi in aula. La presidente del collegio giudicante Daniela Migliorati ha deciso di rinviare la sentenza del processo ai prossimi giorni, con data da doversi decidere. La sentenza del rito abbreviato era attesa per il 23 marzo: lo slittamento è dovuto all’emergenza Coronavirus.

Il caso era scoppiato nel marzo del 2019, con l’esposto presentato dai genitori del ragazzo, che, ancora 13enne, aveva una relazione sessuale con la donna, che gli dava ripetizioni d'inglese. Non solo. La 32enne, sposata e con un figlio, ha poi scoperto di essere incinta del minorenne. Fondamentale per l’inchiesta, oltre all'analisi dei messaggi scambiati via chat tra i due, anche la testimonianza dell’adolescente: il giovane avrebbe più volte cercato di troncare la relazione, ma la donna lo avrebbe minacciato di togliersi la vita o di portare il bambino nei pressi della scuola. Per questo motivo per l'operatrice socio-sanitaria era scattata anche l'accusa di violenza sessuale per induzione. Il successivo test del dna sul neonato aveva certificato la paternità del 15enne e la donna è finita agli arresti domiciliari. "Ero innamorata. Volevo lasciare mio marito per lui. Fare altri figli, ma non l'ho toccato fino a quando non ha compiuto 14 anni", aveva poi ammesso l'adulta, rappresentata dagli avvocati Mattia Alfano e Massimo Nistri.