Pier Giorgio Giacchino (Severino Marcato/Gazzetta d’Alba)
in foto: Pier Giorgio Giacchino (Severino Marcato/Gazzetta d’Alba)

“I lavoratori morti di tumore all'Acna di Cengio sono stati centinaia”. Pier Giorgio Giacchino è la memoria vivente del disastro ambientale provocato dall'Azienda Coloranti Nazionali e Affini (Acna) a Cengio, piccolo comune in provincia di Savona. Nel 1971, diventa il capo del reparto chimico dello stabilimento. Da lì escono le ammine aromatiche, sostanze impiegate in coloranti e pigmenti per tessuti, pelle, carta e nell'industria della gomma. Un prodotto chimico ritenuto un possibile responsabile del cancro alla vescica. Tumore che si manifesta a distanza di decine di anni dall'esposizione.

Pier Giorgio Giacchino è stato uno dei protagonisti della battaglia per far chiudere l'Acna, uno dei centri più importanti della chimica italiana, colpevole di aver riversato per quasi un secolo una quantità inimmaginabile di rifiuti tossici nel fiume Bormida. E per molti dei colleghi di Giacchino, lavorare nella “fabbrica dei veleni” è stata una condanna a morte.

Quali erano le condizioni di lavoro all'Acna?

Nell'impianto si producevano ogni anno migliaia di tonnellate di sostanze chimiche che venivano sintetizzate, essiccate, macinate. Per cui era inevitabile respirarle. Anche i guanti di cuoio o di gomma non riuscivano a proteggerci. Quella roba riusciva a passare lo stesso. La sera, quando arrivavo a casa, le mie mani e gli avambracci erano gialli. Lavarsi non era sufficiente. Andava via solo perché veniva assorbita dalla pelle. Per troppo tempo le persone hanno barattato salute e ambiente con il lavoro. E l’ho fatto anch'io, fino a quando non ho potuto più accettare quello che vedevo e mi sono licenziato dall'Acna dopo 16 anni di lavoro.

Quanti casi di tumore ci sono stati tra i lavoratori?

I morti di cancro all'Acna di Cengio sono stati centinaia. Compagni di lavoro, amici, vittime di tumori alla vescica, carcinoma, e anche derivati dall'esposizione dell’amianto. Sono riuscito a scoprire che i lavoratori di Cengio vivevano cinque anni in meno rispetto alla media nazionale. Reperire le statistiche, tuttavia, è stato molto complicato perché c’era un clima di omertà totale. La maggior parte dei documenti riportava come causa di morte l’arresto cardiaco e non di certo il cancro. Tumori che continuano a inseguire e raggiungere gli ex operai esposti alle ammine aromatiche a causa del periodo di latenza anche superiore a trent'anni. Il rischio, purtroppo, è che la ‘questione Acna’ cada nell'oblio con la morte degli ultimi lavoratori e delle persone che hanno combattuto per la chiusura dello stabilimento.

Qual è stata la sua battaglia per far chiudere la “fabbrica dei veleni”?

A 25 anni sono diventato sindaco di Camerana (comune piemontese a pochi chilometri da Cengio, ndr). Il 31 ottobre 1987, ho redatto una delibera che inchiodava per la prima volta l’azienda alle sue responsabilità. Quel documento è stato subito firmato anche da tutti i sindaci della Val Bormida. Si è creata un'onda mediatica che ha dato origine ad una guerra che è durata più di 10 anni, durante i quali ci sono state manifestazioni, scontri politici e sospensioni dell'attività produttiva. Non è stato facile: i miei stessi concittadini di Camerana non capivano la mia battaglia. Avevano paura di perdere il posto di lavoro. A loro rispondevo sempre di avere fiducia perché dovevamo pensare ai nostri figli.

Come ha reagito l'azienda?

Nel 1991, i vertici della Montedison (la proprietaria dell'Acna, ndr) hanno proposto la costruzione di un inceneritore, il Re-Sol, che avrebbe sostituito lo stabilimento chimico. Volevano trasformare Cengio nella pattumiera d'Italia. Ho iniziato la mia lotta solitaria per impedirlo. E stiamo parlando di interessi economici molto potenti. Ho stampato 3 milioni di francobolli gialli e li ho lanciati da un aereo per dimostrare che i venti da sud avrebbero distrutto il mito del barolo. Sono finito sulle prime pagine di tutti i giornali e la mobilitazione dei cittadini è riuscita a bloccare il progetto.

Quali risultati è riuscito ad ottenere per gli ex lavoratori Acna?

Quando nel 1999 l'Acna ha chiuso i battenti, i dipendenti rimasti hanno ricevuto una buona uscita. Dopo qualche anno, però, hanno cominciato a lamentarsi perché gli importi delle loro pensioni erano troppo bassi. È stato allora che ho fondato l'Associazione lavoratori Acna con l'obiettivo di denunciare il pericolo corso inconsapevolmente da chi lavorava a Cengio. Nel 2003, una legge dello Stato (L.350/2003, ndr) ha riconosciuto per la prima volta il rischio chimico da cloro, nitro e ammine dello stabilimento Acna, indipendentemente dagli anni di esposizione. A tutti gli ex lavoratori sono stati portati i benefici previdenziali a 40 anni di anzianità. Ho capito solo dopo che è stata un'abile mossa per mettere una pietra tombale ad ogni ulteriore rivendicazione.

A che punto è la bonifica dell'ex Acna?

Bonificare significa rimuovere i rifiuti pericolosi e risanare l’area inquinata. Nel Sin di Cengio-Saliceto non è stato fatto nulla di tutto ciò. Gran parte del sito è circondato da un muro di cemento che confina proprio con il fiume Bormida. Ho dimostrato che quella barriera non è in grado di contenere la fuoriuscita di percolato ad altissima tossicità. Ci sono altri aspetti che non convincono: a cominciare dal fatto che l'unico responsabile della bonifica è Syndial, una società privata del gruppo Eni. Non c'è alcun controllo pubblico che verifichi i lavori e garantisca le popolazioni locali. È un colossale fallimento, spacciato come ‘il fiore all'occhiello’ delle bonifiche in Italia. Invece, 5 milioni di tonnellate di scorie chimiche rimarranno lì per i secoli a venire.