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Opinioni
Delitto di Garlasco, l'omicidio di Chiara Poggi
26 Maggio 2022
16:17

Perché Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi al di là di ogni ragionevole dubbio

Alberto Stasi è l’assassino di Chiara Poggi al di là di ogni ragionevole dubbio. Ricostruiamo tutti gli indizi che lo hanno portato alla condanna definitiva il 12 dicembre 2015.
A cura di Anna Vagli
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Delitto di Garlasco, l'omicidio di Chiara Poggi

Per la giustizia italiana, Alberto Stasi ha ucciso Chiara Poggi il 13 agosto 2007. Il 12 dicembre 2015, a seguito di una tormentata vicenda giudiziaria, la Corte di Cassazione ha ascritto il reato di omicidio volontario all'uomo condannandolo in via definitiva a sedici anni di carcere. Ma Stasi continua a professare la sua innocenza dal carcere. E lo ha fatto anche qualche giorno fa in un'intervista rilasciata a Le Iene. La sua colpevolezza, però, è granitica. Ripercorriamo tutti gli elementi che gli hanno spalancato le porte del carcere.

La chiamata al 118 il giorno dell'omicidio di Garlasco

Il giallo di Garlasco inizia con la chiamata al 118 di Alberto Stasi. Sono circa le 13.50 del 13 agosto 2007. Il contenuto è agghiacciante. “Sì, mi serve un’ambulanza in via Giovanni Pascoli a Garlasco [..] È una via senza uscita, mi sembra il numero 29 ma non ne sono sicuro. Credo che abbiano ucciso una persona ma non ne sono sicuro, forse è viva. Adesso sono andato dai carabinieri, c’è sangue dappertutto e lei è sdraiata per terra”. In quel frangente l’operatore del 118 domanda se si tratta di un parente. Alberto Stasi risponde: “No è la mia fidanzata”. E ancora. “Ma lei è in casa adesso”. “No sono in caserma, sono appena arrivato, adesso gli dico cosa è successo”.

Proprio questa telefonata verrà considerata fortemente indiziante fin dal primo momento. Ed infatti, qualche ora dopo, il ragazzo verrà convocato per un interrogatorio destinato a durare ben 17 ore.

La versione di Stasi

Secondo la versione fornita in quegli istanti, Stasi era appena uscito dall’abitazione di Chiara dove si era frettolosamente recato perché, nel corso della mattinata, la ragazza non aveva risposto alle sue telefonate. In quella chiamata ai sanitari il giovane commette un primo errore raccontando di aver trovato la giovane sdraiata in terra. Ma, in realtà, Chiara era riversa sulle scale che dal piano terra conducono alla cantina. C’è qualcosa di ancor più agghiacciante ed è rappresentato dal tono di voce di Alberto: asettico, distaccato, quasi imperturbabile. Discute di una persona forse uccisa, forse ancora viva. Soltanto dietro suggerimento dell’operatrice riferirà che ad essere ferita mortalmente era la sua fidanzata. C’è di più. Stasi non ha effettuato quella telefonata mentre tentava di prestare soccorso alla vittima, dal momento che dal suo racconto forse poteva ancora essere viva. Al contrario, dopo averla vista in una pozza di sangue si è diretto alla stazione dei carabinieri. Dichiarerà inoltre che c’era sangue dappertutto, ma lui ne uscirà completamente immacolato quando giungeranno sul posto il 118 e i carabinieri. Un comportamento sicuramente non assimilabile alla perdita di una fidanzata. Per di più in un contesto evidentemente di matrice omicidiaria.

L’arma usata per uccidere Chiara Poggi

Chiara Poggi uccisa a Garlasco
Chiara Poggi uccisa a Garlasco

L’arma utilizzata per uccidere Chiara Poggi non è stata mai ritrovata. Il medico legale ha individuato la causa di morte nelle “grossolane lesioni cranio-encefaliche di natura contusiva riscontrate sul cadavere. Di queste, ha assunto indubbiamente un ruolo letifero predominante quella della regione parieto-occipitale sinistra, in grado di causare un decesso pressoché immediato”. Altre ferite erano presenti sulla mascella destra, sulle braccia, sulla gamba sinistra e sulla cresta iliaca destra. Ma i colpi che l'hanno uccisa e che hanno determinato quello spargimento di sangue, sono quelli inferti al capo e al volto. Il fatto che siano state colpite queste zone anatomiche non è un caso. Chi fa profiling, infatti, sa bene che scagliarsi contro il capo e il volto implica l’esistenza di una conoscenza diretta tra vittima e carnefice. Mi spiego. Si decide di colpire al capo per eliminare i pensieri che la vittima non dovrebbe avere, mentre ci si scaglia contro la bocca per impedire la fuoriuscita di parole che rivelerebbero un segreto inconfessabile. Lo scopo di Stasi era fin dall’inizio quello di annientare Chiara nella sua identità prima ancora di privarla per sempre del suo respiro.

Le scarpe troppo pulite

Quando ci si aspetta di trovare sulla scena del crimine una traccia che non c’è non si può non interrogarsi sul perché di quella mancanza. Chi ha ucciso Chiara Poggi doveva aver necessariamente calpestato il suo sangue durante la fase omicidiaria. Nella villetta di via Pascoli erano state repertate impronte di scarpe la cui suola era caratterizzata da piccoli tasselli di forma circolare. Addirittura, grazie alla consulenza tecnica redatta dall’allora maggiore dei Ris Aldo Mattei e dall’ingegnere Paolo Nardelli, dirigente della società che produce le scarpe Geox, era stato possibile affermare che l’assassino della giovane indossasse un paio di scarpe marca Frau numero 42. Ma, sulle scarpe marca Lacoste misura 41 consegnate agli inquirenti da Alberto Stasi solo 19 ore dopo il rinvenimento del cadavere, non sarà riscontrato sangue. Così come il sangue non verrà trovato sui tappetini dell’auto da lui guidata dopo essere scappato da casa Poggi (questi ultimi sequestrati una settimana dopo l’omicidio). Inoltre la suola delle Lacoste è radicalmente diversa dalle impronte lasciate sulla scena del crimine.

Alberto è completamente estraneo ai fatti? Tutto il contrario. Dal momento che gli esseri umani non volano, la mancanza di tracce ematiche sotto quelle suole lo inchioderà in maniera incontrovertibile. Durante l'appello bis, difatti, venne conferito incarico di espletare una perizia, la terza, avente ad oggetto la possibilità o meno di calpestare le tracce ematiche.

Andiamo per gradi. Secondo quanto raccontato, l'uomo sarebbe entrato dalla porta principale dell'abitazione che consente l'accesso al soggiorno e, dopo aver cercato la fidanzata in cucina e nel bagno, avrebbe aperto la porta a soffietto. A quel punto, scesi uno o due gradini, avrebbe visto il corpo di Chiara riposto in una gora di sangue sul finire delle scale. Dopodiché sarebbe salito a bordo della Golf per andare a sporgere immediatamente denuncia. Non potendo le macchie di sangue essersi asciugate in così poco tempo, come potevano rimanere immacolate le suole delle sue scarpe? I periti, nel nuovo esperimento, arrivarono a concludere che, ipotizzando otto passi dall'ingresso dell'abitazione al primo scalino delle scale che conducevano in cantina,  la possibilità che Alberto non calpestasse il sangue di Chiara era pari allo 0,00038 %. A maggior ragione, considerando come punto di arrivo il secondo gradino, la percentuale si riduceva allo 0,00002 %. In aggiunta, questo è un cammino che Stasi doveva aver inevitabilmente percorso a ritroso. Oltre alle percentuali c'è anche un altro dato da tener presente. Di fronte alla vista del cadavere della fidanzata è assurdo ed inumano anche solo pensare che Stasi abbia chirurgicamente cercato di evitare di calpestarne il sangue.

Le impronte sul dispenser del sapone

Un altro elemento fortemente indiziante della colpevolezza di Alberto Stasi è stato il repertamento di due sue impronte dell'anulare destro sul dispenser del sapone liquido nel bagno a piano terra di casa Poggi. Ed è allo stesso modo presente il profilo genetico di Chiara Poggi, ma non degli altri suoi familiari. Circostanza anomala dal momento che frequentavano quella casa. Tuttavia, una tale assenza può essere giustificata soltanto da un'attività di ripulitura. Nello specifico, è plausibile che il giovane, dopo aver ripulito il lavandino e il dispenser, nel tentativo di risistemare quest'ultimo abbia lasciato quelle due tracce.

La bicicletta di Alberto Stasi

Ad inchiodare Alberto Stasi al di là di ogni ragionevole dubbio è il profilo genetico di Chiara rinvenuto su uno dei pedali della bicicletta sequestrata. Difatti, due testimoni – in un orario compatibile con quello della morte della ragazza – avevano visto parcheggiata fuori dalla villetta una bicicletta nera da donna. Il maresciallo Marchetto, dopo essersi recato al negozio di ricambi auto del padre di Alberto, deciderà di non sequestrare proprio una bicicletta corrispondente a quella descrizione. Ma dopo nove anni quel mancato sequestro gli varrà una condanna per falsa testimonianza. Difatti, per giustificare la propria inerzia, aveva dichiarato davanti al GUP di aver assistito all'interrogatorio della testimone e di non aver reputato la bici presente nel negozio di Stasi compatibile con quella avvistata. Al contrario, una settimana dopo il delitto, era stata sequestrata una bicicletta bordeaux da uomo. E proprio sui pedali di quella bici verrà trovata una consistente quantità di Dna appartenente a Chiara. Alberto, però, quando si era recato a casa di quest'ultima e aveva scoperto il corpo, era in auto. Dunque, non può trattarsi di contaminazione secondaria, bensì primaria. Ma come si spiega che la bicicletta avvistata dai testimoni era nera da donna e non bordeaux da uomo? Grazie a una consulenza disposta dal legale della famiglia Poggi si è scoperto, dopo sette anni dal delitto, che i pedali della bicicletta nera lasciata nel negozio del padre di Alberto e quelli della bicicletta bordeaux potrebbero essere stati invertiti. Difatti, la marca di pedali "Union 20" montati sulla bicicletta nera, è quella usata per le biciclette marca Umberto Dei, proprio come il modello della bicicletta bordeaux.

Il capello nella mano di Chiara

Nella mano sinistra della giovane Poggi era stato ritrovato un capello castano chiaro privo di bulbo e, quindi, di Dna. Ma, alcuni residui subungueali, presentavano marcatori compatibili con quelli di Alberto. Non un indizio decisivo, ma sicuramente in grado di rafforzare l'impianto accusatorio.

Il materiale pedopornografico e il movente

La Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna a 30 giorni di reclusione, convertiti in una pena pecuniaria, per Alberto Stasi, il fidanzato di Chiara Poggi. Per l’omicidio della ragazza uccisa a Garlasco Stasi è stato assolto nel 2011.
Alberto Stasi all’epoca del delitto

In quei mesi Alberto stava lavorando alla sua tesi di laurea. E lo ha fatto anche il 13 agosto del 2007, giorno in cui Chiara è stata uccisa. Stasi è rimasto davanti al computer dalle 9.36 fino alle 10.17 e successivamente sino alle 12.20, quando il dispositivo viene messo in stand-by. Tuttavia, su quel pc il laureando nascondeva anche una cartella denominata Militare. Al suo interno era contenuto materiale pedopornografico. Con il sequestro emergeranno oltre diecimila foto di minori coinvolti in atti sessuali. Quei file risulteranno essere stati visionati anche la mattina del 13 agosto. È possibile che Chiara abbia visto quelle immagini dal momento che la sera del 12 agosto Alberto aveva lasciato il pc proprio a casa sua. Ed è dunque altrettanto possibile che la Poggi abbia chiesto contezza al fidanzato e lui si sia così determinato a ucciderla.

Chiara Poggi conosceva il suo assassino

C’è un altro dato incontrovertibile in tutta questa storia: Chiara Poggi conosceva il suo assassino. Una circostanza impossibile da confutare. Sul corpo della vittima non sono state riscontrate lesioni da difesa quindi, con ogni probabilità, la stessa non si aspettava di essere aggredita dalla persona che aveva di fronte perché si fidava. Inoltre, Chiara indossava un pigiama estivo e parecchio scollato ragion per cui, in considerazione delle sue caratteristiche personologiche, non avrebbe mai aperto a un estraneo così vestita. Ma vi è di più. La casa non presentava nessun segno di effrazione, nessuna cosa era stata sottratta e l’aggressore era stato capace di divincolarsi senza difficoltà e con disinvoltura nell’ambiente considerando che le persiane di casa erano ancora chiuse.

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Dottoressa Anna Vagli, giurista, criminologa forense, giornalista- pubblicista, esperta in psicologia investigativa, sopralluogo tecnico sulla scena del crimine e criminal profiling. Certificata come esperta in neuroscienze applicate presso l’Harvard University. Direttore scientifico master in criminologia in partnership con Studio Cataldi e Formazione Giuridica
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