Paolo, 49 anni: “Camionista di notte, papà di giorno. Anche la mia compagna lavora ma non arriviamo a fine mese”
Stai affrontando le conseguenze del caro vita, tra bollette alle stelle, casa introvabile e uno stipendio che non basta mai? Raccontaci la tua storia, le difficoltà quotidiane o le rinunce a cui sei costretto di fronte all'aumento inarrestabile dei prezzi. Scrivi a segnalazioni@fanpage.it per inviare la tua testimonianza o compila questo form.
Lavorare ogni giorno. Spaccarsi la schiena in fabbrica, in un cantiere edile o nei campi, passare settimane lontani da casa al volante di un camion, o accumulare stress su stress in un ufficio, in un ospedale o in un'aula scolastica. Eppure restare poveri, riuscire a mala pena a fare la spesa privandosi della gran parte dei piaceri della vita, dei viaggi, di una sera a cena, di un vestito nuovo. In queste settimane Fanpage.it sta ricevendo centinaia di storie sul caro vita: messaggi, email, sfoghi. Un fiume in piena che racconta un’Italia spesso invisibile, dove lo stipendio ha smesso da tempo di essere garanzia di emancipazione o di semplice serenità economica. È il dramma silenzioso dei working poor, i lavoratori poveri.
I loro racconti compongono un mosaico avvilente, con l'inflazione che negli ultimi anni, e soprattutto dopo lo scoppio della guerra in Iran, ha dato il colpo di grazia a buste paga già da tempo anemiche. Diego, autotrasportatore di Siracusa, racconta la sua frustrazione. "Faccio il camionista dal 2000. Lo stipendio che si prende è bassissimo rispetto al tenore di vita che abbiamo oggi. Se si considera che paghiamo la benzina a 2,40 euro al litro in autostrada, tutto quello che si compra è aumentato. Però lo stipendio rimane sempre quello". Emerge poi la netta la frattura sociale tra il Paese reale e chi lo governa: "I nostri politici questi problemi non ce li hanno, perché loro lo stipendio ce l'hanno abbastanza alto per potersi permettere lo yacht, le vacanze lussuose eccetera".
Poi c'è Paolo, anche lui camionista di 49 anni residente a Udine. "Sono papà di un figlio di 8 anni affetto da sindrome di Asperger. Faccio il camionista di notte, mentre di giorno faccio il papà e il casalingo. La mia compagna lavora come impiegata in ufficio tutto il giorno". Due stipendi in casa, turni che coprono le 24 ore annullando il sonno e il tempo libero. Il risultato? "Siamo sempre più in affanno, e non riusciamo spesso ad arrivare alla fine del mese". Insomma, lavorare in due e farsi letteralmente in quattro non basta più per garantire una vita serena a un figlio fragile.
Poi c'è Donato, da Firenze: lui non fa il camionista ma condivide le stesse difficoltà economiche e ora guarda con nostalgia all'epoca pre-moneta unica. "Anche io, come Diego, prima dell'Euro guadagnavo benino: 1.900.000 lire al mese. Ricordo che con 200mila lire facevo la spesa per un mese, oggi ci vogliono quasi 500 euro. Con 100mila lire ci facevo benzina, e con una cena al ristorante per due mi avanzavano pure i soldi".
Oggi, la contabilità domestica di Donato è un elenco di tagli e rinunce: "Oggi non andiamo più al ristorante e nemmeno in pizzeria. Una o due volte al mese la pizza la mangio, ma a casa. Bollette di luce e gas alle stelle, per l'assicurazione auto ci vogliono più di 500 euro annuali. E speriamo che l'auto non si rompa: attualmente possiedo una Fiat Brava usata del 1998 che per ora va benissimo… Non compro più scarpe e vestiti, ma soprattutto faccio rinunce alimentari e sanitarie". Le ferie, per lui, sono un ricordo sbiadito: "Le vacanze? L'ultima volta che le ho fatte era il 2010. Tutto questo grazie a chi ha portato l'euro”.
Il dito di Donato, come quello di molti italiani, è puntato dritto contro l'Euro. Ma se l'introduzione della moneta unica e le recenti fiammate inflazionistiche hanno fatto da detonatore, la vera malattia dell'Italia è più profonda, strutturale, e riguarda esclusivamente noi. A certificarlo sono i numeri. I dati recenti elaborati dall'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) sulla dinamica retributiva descrivono una vera e propria decrescita infelice del lavoro italiano.
Secondo l'analisi dell'UPB sui dati INPS, tra il 1990 e il 2026 la retribuzione media nel settore privato si è ridotta del 6,6 per cento. Ma il dato medio nasconde un massacro sociale ai danni delle fasce più deboli: nella parte bassa della distribuzione, i lavoratori hanno subito un crollo delle retribuzioni pari al 40,8 per cento. Parallelamente, le posizioni dirigenziali o comunque più elevate hanno visto le proprie entrate crescere del 3,3 per cento. Un trasferimento di ricchezza dal basso verso l'alto senza precedenti. È vero, ammette l'UPB, che queste disuguaglianze sono state parzialmente attutite dalle riforme dell'Irpef e dalle varie politiche dei "bonus" introdotte a partire dal 2014, che hanno abbassato il carico fiscale sui redditi medio-bassi. Tuttavia, si è trattato di aspirine somministrate a un malato grave: questi sgravi fiscali non hanno mai scalfito "le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarizzazione del lavoro".
Se si allarga lo sguardo oltre i confini nazionali, il ritardo dell'Italia assume i contorni della tragedia economica. L'argomentazione che vede nell'Euro l'unica causa della povertà si scontra con i numeri dell'OCSE. Anche negli altri Paesi si usa l'Euro, eppure le retribuzioni lorde reali per dipendente (a tempo pieno equivalente) in Italia sono diminuite dell'1,6%, mentre i nostri diretti concorrenti e vicini di casa volavano. In Spagna, nello stesso lasso di tempo, i salari reali sono cresciuti di oltre il 12%. In Germania sono aumentati del 32,9%. In Francia del 33,4%.