Diego, camionista da 25 anni: “Prendevo 4 milioni di lire, ora i soldi non bastano neppure per pranzare in trattoria”
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C'è una storia che più di molte analisi racconta il vero e proprio paradosso che ha investito il mondo del lavoro in Italia negli ultimi decenni: è la storia di Diego, camionista toscano che dal 2000 attraversa l'Italia e l'Europa in lungo e in largo e che ha visto precipitare le sue condizioni di vita subito dopo il passaggio dalla Lira all'Euro; prima le sue giornate al volante erano intervallate da piacevoli soste in trattoria e il suo mestiere prevedeva una retribuzione che garantiva un tenore di vita più che dignitoso. Oggi, quello stesso stipendio è diventato appena sufficiente a soddisfare i suoi bisogni primari.
"Faccio il camionista dal 2000, ho praticamente iniziato a fare questo lavoro nel periodo del passaggio fra Lira ed Euro", racconta Diego a Fanpage.it. All'epoca, ricorda, "in trattoria spendevi 20mila lire a pranzo e a cena e lo stipendio era di 4 milioni e mezzo, ed in Lire erano veramente tanti soldi. Con l'euro lo stipendio è diventato 2.250 euro". Da allora, il suo potere d'acquisto si è inesorabilmente eroso. Le conseguenze sono concrete e si misurano anche nella quotidianità: "Prima si pranzava tutti i giorni in trattoria, con l'Euro il pranzo ho iniziato a portarlo da casa. Oggi che faccio una settimana fuori di casa, mi porto da casa anche la cena, spesso fredda, a volte mi cucino, in trattoria il meno possibile perché si spende minimo dai 20 euro in su". In fondo, come ha certificato anche Federconsumatori, acquistare il pranzo in bar e tavole calde costa sempre di più: rispetto a 25 anni fa, l’aumento arriva a +368%.
Nelle parole di Diego c'è la sensazione di una "grande fregatura": "Ci dicevano che con l'Euro saremmo stati tutti meglio e più ricchi, per quanto mi riguarda, per quello che vivo e percepisco quotidianamente, l'Euro è stata la più grande fregatura da quando hanno abolito la Scala Mobile in Italia". L'ultima frase dello sfogo di Diego centra uno degli snodi economici del problema salariale italiano: la fine della Scala Mobile. Perché no, non è stata la moneta unica in sé a impoverire i lavoratori, ma un mix di politiche salariali e riforme strutturali che hanno reso il nostro Paese un unicum negativo nel panorama europeo (e non solo).
La fine della Scala Mobile e i salari bloccati da 35 anni
Il 31 luglio 1992 – con il cosiddetto Protocollo Amato – fu infatti imposto alla Cgil quello che diversi storici del sindacato considerano uno degli accordi più penalizzanti della sua storia: la cancellazione definitiva della Scala Mobile. Fino a quel momento, questo meccanismo garantiva un adeguamento automatico dei salari e delle pensioni all’inflazione, proteggendo il potere d'acquisto di dipendenti e pensionati. Da quel giorno, i lavoratori italiani sono rimasti sprovvisti di uno scudo automatico contro il rincaro del costo della vita.
Questo evento, unito a una crescente precarizzazione del mondo del lavoro, ha contributo a bloccare gli stipendi per 35 anni. L'Italia è oggi l’unico Paese europeo e dell’area OCSE ad aver visto diminuire i salari nell’ultimo trentennio. Mentre nel resto delle economie europee avanzate le buste paga sono cresciute di pari passo con (o più del) costo della vita, in Italia si è registrata un'inesorabile retromarcia.
I dati dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio: salari reali giù del 6,6% rispetto al 1990
La portata di questa stagnazione è certificata da un recente studio dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio (UPB) sulla dinamica retributiva. I dati dell'indagine confermano che, in termini reali (ovvero al netto dell'inflazione), l'Italia ha registrato una "dinamica delle retribuzioni particolarmente debole nel confronto internazionale".
Tra il 1990 e il 2026, rivelano i dati INPS analizzati dall'UPB, "la retribuzione media si riduce del 6,6 per cento" nel settore privato. Si tratta di un crollo che colpisce soprattutto i lavoratori più fragili: nella parte bassa della distribuzione, le retribuzioni hanno subito "una diminuzione del 40,8 per cento", mentre le posizioni più elevate (il novantesimo percentile) hanno visto "un incremento del 3,3 per cento". Le disuguaglianze sono state parzialmente attenuate dalle riforme dell'Irpef e dai bonus introdotti nel corso degli anni (dal 2014 in poi), che hanno ridotto il prelievo fiscale sui redditi medio-bassi. Tuttavia, l'UPB precisa che questi sgravi non hanno affrontato "le cause strutturali della stagnazione salariale e della precarizzazione del lavoro".
L'Italia viaggia su un binario morto rispetto all'Europa. Secondo i dati dell'OCSE, le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno equivalente sono diminuite dell'1,6 per cento, mentre negli altri principali paesi avanzati sono cresciute significativamente: in Spagna di oltre il 12%, in Germania del 32,9%, in Francia del 33,4%. Tutti Paesi europei in cui i salari non sono calati, ma significativamente aumentati.