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“Non ti pago per stare a casa”: dice di essere incinta, viene licenziata il pomeriggio stesso

A Fanpage.it, Anna ha raccontato di essere stata licenziata qualche ora dopo aver detto al proprio datore di lavoro di essere incinta. “Avevo lavorato a nero per mesi, da un mese avevo finalmente firmato il contratto. Con la mia famiglia ho rischiato di restare senza casa”
A cura di Gabriella Mazzeo
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Anna (nome di fantasia ndr) ha perso il lavoro ormai 9 mesi fa, all'inizio della sua seconda gravidanza. A Fanpage.it ha raccontato di essersi ritrovata senza un impiego anche a ridosso dell'acquisto di una nuova casa. "È stato terribile perché per comprare un'abitazione più grande per ospitare la nostra famiglia, io e mio marito avevamo deciso di vendere la casa nella quale vivevamo. Quando io mi sono trovata senza lavoro, abbiamo dovuto fare i conti con le richieste di mutuo rifiutate. Per fortuna i miei suoceri ci hanno fatto da garante. Di cinque richieste, ce ne sono state rifiutate 4. Non è stato facile per me portare avanti una gravidanza in una situazione di così forte stress".

Anna ha deciso di raccontare la sua storia a Fanpage.it dopo aver letto la testimonianza di altre lavoratrici respinte dal mondo del lavoro dopo essere rimaste incinte. Al telefono spiega di essere stata dimessa da poche ore dall'ospedale dopo aver dato alla luce la sua seconda figlia. "Per fortuna alla fine è andato tutto bene – ha spiegato – ma non sono stati mesi facili. Pensavo di aver trovato un ottimo impiego nel settore nel quale ho sempre lavorato, ossia quello della pasticceria, purtroppo mi sbagliavo".

Anna entra in questo piccolo laboratorio di pasticceria di Torino nel 2025 dopo aver lasciato un altro posto di lavoro nello stesso settore. "Quando ero rimasta incinta i miei datori di lavoro si erano comportati bene, avevo avuto la maternità che mi spettava e poi ero tornata nel laboratorio. Lì però c'erano attriti di altra natura con i titolari e alla fine avevo deciso di andare via, così avevo trovato questo nuovo impiego".

Il colloquio di lavoro, racconta, non era iniziato benissimo. "Il titolare aveva subito detto a me e alle altre due donne che erano state assunte che se una di noi fosse rimasta incinta, l'avrebbe licenziata – ricorda -. Lo aveva detto quasi ridendo, ma non era parsa una bella premessa. Io in quel momento non avevo in programma di avere un altro figlio, anche se poi è successo. Stavamo programmando un trasferimento, in modo che più avanti avremmo potuto pensare di allargare la famiglia. Le cose però si sono accavallate, ma all'epoca non potevo saperlo".

Dopo alcuni mesi di lavoro in nero, alla fine Anna aveva firmato un regolare contratto a tempo indeterminato. "Poco tempo dopo ho scoperto di essere incinta. Avrei potuto aspettare, dirlo più avanti, invece ho scelto di farlo sapere subito al titolare. Avevo firmato il contratto circa un mese prima, ma pensavo che non ci sarebbero stati problemi perché in realtà era da tempo che mi trovavo lì. Avevo già affrontato una gravidanza, sapevo di poter lavorare fino al parto e così sono stata onesta e l'ho comunicato subito, spiegando anche che non ci sarebbero stati problemi di sorta".

Il datore di lavoro, però, non avrebbe preso bene la notizia. "Ha iniziato perfino a urlare e bestemmiare – ricorda -. Mi ha detto che lo avevo rovinato, che per colpa mia avrebbe dovuto assumere un'altra persona e pagare me per stare a casa. Mi ha fatto avere la lettera di licenziamento quello stesso pomeriggio dopo una sfuriata orribile e come se non bastasse, non avrei avuto neppure diritto a un sussidio di disoccupazione, perché per la legge risultava che avevo firmato il mio contratto appena un mese prima della fine del rapporto di lavoro".

Con la lettera tra le mani, Anna si è rivolta a un avvocato. "L'attività nella quale lavoravo risulta intestata alla figlia di quello che era nei fatti il mio responsabile. Parliamo di una ragazza di 18 anni che sarà entrata in quella pasticceria forse due volte". A marzo la vicenda arriverà in tribunale per volere di Anna, anche se spiega di avere poche speranze di ottenere giustizia. Sulla lettera di licenziamento, infatti, si adduce come motivazione la riorganizzazione del lavoro. "Il laboratorio di pasticceria ha inoltre meno di quindici dipendenti: tra fattorini e pasticcieri, eravamo in totale in 7. Probabilmente non riusciremo a vincere la causa, il mio legale mi ha già preparata".

"Ho deciso di provare a rivalermi in sede legale perché in quel periodo abbiamo rischiato di non avere più un tetto sopra la testa. Senza un lavoro, nessuno voleva accordarmi il mutuo, perché l'impiego di mio marito non bastava come garanzia. Per fortuna sono intervenuti i miei suoceri. Il giorno dopo il licenziamento, tra l'altro, ho avuto delle brutte perdite di sangue e sono stata in ospedale tutto il giorno. Fortunatamente poi le cose sono andate bene e la mia bimba è in salute, ma la situazione di forte stress mi aveva molto provata".

"Tutti dicono che le donne sono tutelate, che con un contratto stabile la maternità è praticamente intoccabile. Non è assolutamente vero, purtroppo. Mi sono sentita sola e arrabbiata al pensiero che quest'uomo potesse fare quello che voleva quando voleva, senza curarsi del futuro di una famiglia e del destino di una lavoratrice. Ho perfino pensato che avessi sbagliato ad essere stata corretta e ad aver detto subito della mia gravidanza: probabilmente se avessi aspettato, avrei almeno maturato le settimane necessarie per poter avere la Naspi".

Al momento, Anna non pensa a tornare al lavoro. "Sono fresca di parto, ovviamente ora penso a mia figlia. So però che in futuro non avremo altri bambini e sicuramente a quel punto ricomincerò a cercare. Penso che facendo questa premessa ai colloqui, nessuno potrà dirmi nulla. È triste come pensiero, però fa capire qual è la realtà in cui vivono le donne nel nostro Paese".

La nostra redazione riceve lettere e testimonianze relative alle difficoltà di accesso al mondo del lavoro. Invitiamo i nostri lettori a scriverci le loro storie cliccando qui.

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