Riceviamo e pubblichiamo da un nostro lettore, il 21enne Marco:

"È passato ormai più di un anno da quando siamo piombati improvvisamente in uno dei momenti più bui del secondo Dopoguerra. ‘Uscire solo per necessità, lavoro o comprovate esigenze’, così l’allora premier Giuseppe Conte annunciava il lockdown, un periodo transitorio ed estremo, necessario per arginare l’avanzata di un ‘nemico invisibile’. D’incanto le città si ritrovarono completamente deserte. Il silenzio tombale fece riemergere suoni, rumori, colori che descrivevano quasi una nuova geografia e umanità: l’acqua limpida e calma di Venezia, i canti spensierati degli uccelli, lo scroscìo delle fontane, il tintinnio delle campanelle dei runner venivano disturbati ed interrotti solo dallo sporadico passaggio di disperate ambulanze. Iniziavano a decorarsi le pareti delle case con arcobaleni e striscioni ‘andrà tutto bene’, nei quartieri di centro città le persone speranzose più che mai intonavano dai balconi le note di ‘Azzurro’, gli artisti donavano la loro voce e la loro arte al paese in grossa difficoltà: sentimenti contrastanti di paura e speranza avvolgevano i volti delle persone.

Eppure quei sorrisi speranzosi di colpo sono stati coperti da uno strumento indispensabile alla lotta contro il virus, la mascherina: coprendo naso e bocca infatti, ha il compito di impedire e trattenere l’eventuale trasmissione del virus, proteggendo ogni individuo che la indossi. Sotto quel pezzo di tessuto però, hanno iniziato a celarsi emozioni cupe, sorrisi spenti, persone insofferenti psicologicamente, giovani ragazzi senza ambizioni, senza speranze, pieni di paure per il loro presente e il loro futuro e talvolta incapaci di esprimerlo.

È innegabile come una delle categorie più colpite dal Covid-19 siano proprio i giovani, colpevoli senza colpa di essere degli animali sociali, d’essere sempre a contatto con la gente: siamo passati dall’essere ‘la speranza del futuro’ a essere ‘il problema del presente’. Personalmente, credo che il tema non sia minimamente affrontato: i mass media e i mezzi d’informazione parlano di noi ragazzi come dei ‘criminali’, come i responsabili degli assembramenti in zona gialla, come gli ‘untori’ che propagano il virus, come gli unici che non rispettano le regole, insomma come le pecore nere della società, mettendo – giustamente- in risalto altre categorie in sofferenza come i lavoratori senza stipendio, gli operatori sanitari esasperati da una crisi senza fine, gli anziani condannati a una inquietante solitudine.

Ma noi ragazzi non andiamo dimenticati. Le relazioni sociali sono alla base della crescita di un giovane, basti pensare che nella maggior parte dei casi la nostra famiglia (intesa come affetti stabili e stretti) non si trova solamente nelle mura domestiche, ma è equamente distribuita tra genitori, parenti e partner/amici. Quanti di noi passavano più ore con il/la proprio/a partner o con gli amici che con i propri genitori? Tanti, tantissimi. ‘Eh ma la vostra generazione è fortunata, i rapporti li recuperate coi social, con le videochiamate, con la DAD, siete fortunati! Di cosa vi lamentate?’, queste sono le frasi che sempre più spesso sento in un contesto prevalente di persone adulte nei miei confronti, consapevoli anch’essi che un contatto via videocamera non sostituirà mai un rapporto umano. Dopo un anno, è inaccettabile che ci venga ancora impedito di incontrare le persone che amiamo. Ci sentiamo soli, abbandonati al destino, presi pure in giro da una serie di promesse -mai mantenute- fatte dal Governo, dall’UE, da tutti gli enti pubblici che continuano ad alimentare false speranze di un ritorno alla normalità grazie a una campagna vaccinale che annaspa e arranca tra le prime piogge d’Aprile. Noi giovani chiediamo che questo tema venga trattato, che se ne parli e che si sensibilizzi, e che – se possibile- ci venga dato qualche aiuto concreto. Perché noi giovani non siamo solo DAD e videogiochi. Noi giovani siamo il futuro del mondo, e vogliamo aiuto e rispetto".

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