Alla fine Salvuccio ci è ricaduto: Giuseppe Salvatore Riina, figlio del boss di Corleone mancato qualche giorno fa, dice addio alla libertà vigilata che gli era stata concessa e ancora un volta tradisce quell'immagine da bravo ragazzo che da anni continua a simulare. Il giudice Linda Arata ha deciso di spedire il giovane virgulto della famiglia Riina presso una "casa lavoro", aggravando le condizioni di libertà vigilata che Salvuccio ha sistematicamente violato nell'ultimo anno.

Tutto nasce da una relazione della Dda di Venezia (Salvuccio Riina era residente a Padova) in cui il capo della Squadra Mobile di Venezia Stefano Signoretti e il dirigente dello SCO Vincenzo Nicola sottolineavano «un elevato disvalore sociale» e un «palese disinteresse nei confronti delle prescrizioni impostegli» di Riina,  dedicandosi all'acquisto e consumo di cocaina, festini nel proprio salotto e uscite anche negli orari vietati. In un anno sarebbero almeno 30 i contatti accertati per acquistare deroga e ben 279 le telefonate e gli incontri con gli spacciatori a cominciare da due tunisini, Bellil Ramzi e Tarek Labidi. Quest'ultimo, tra l'altro, è stato protagonista di una scenetta abbastanza curiosa: il 13 dicembre scorso, bloccato dalle forze dell'ordine proprio mentre usciva dal portone di casa Riina, era riuscito a inghiottire la bustina di cocaina che avrebbe dovuto consegnare a domicilio. "Tutto a posto", scrive poco dopo per rassicurare il figlio del boss.

Di certo Riina jr è un ingenuo oppure aveva la certezza di essere un impunito se è vero che a Padova ha continuato a intrattenere rapporti anche con pregiudicati siciliani appartenenti a cosa Nostra e ha stabilito all'interno di un bar dell'Arcella il suo ufficio operativo. Le indagini, raccontano che il rampollo sapesse di essere controllato dalla polizia e nonostante questo «con cadenza pressoché quotidiana ha trasgredito le prescrizioni». Per questo la Dda sottolinea la sua «evidente pericolosità sociale»e sottolinea come «nel corso di numerose conversazioni intercettate, ha espresso commenti nei quali l’intera famiglia Riina è stata da lui definita come vittima perseguitata dallo Stato Italiano».

Crolla così la faccia da "bravo ragazzo" che Salvuccio si era agghindato in occasione della morte del padre. Del resto è una faccia che nel corso della sua carriera ha perso più volte: oltre a una condanna a 10 anni e 8 mesi per associazione mafiosa Salvuccio ha anche collezionato brutte figure in occasione della sua ospitata nello studio di A Porta A Porta (dove aveva raccontato con voce fiabesca di essere rimasto stupito per l'attentato a Giovanni Falcone nonostante in una intercettazione poi disse “la decisione fu quella: abbattiamoli”), poi con il suo libro "Riina Family" che ha determinato il fallimento dell'editore fino a quest'ultima immagine di vita dissoluta che certo non sarebbe piaciuta a suo padre Totò.

Ora si attende la nuova collocazione stabilita dal tribunale ma vedrete che alla fine, del piccolo Riina, se sentirà ancora parlare.