Muore dopo trasfusione di sangue infetto, il ministero della Salute condannato a risarcimento da un milione

Il Ministero della Salute è stato condannato dal Tribunale di Genova a risarcire con un milione e 50mila euro gli eredi di una donna di 65 anni morta nel febbraio 2018. Molti anni prima, nel 1978, la 65enne aveva ricevuto all'ospedale di Massa Carrara una trasfusione di sangue infetto e aveva contratto l'epatite C.
La paziente, prima di morire, aveva sviluppato una cirrosi e poi una neoplasia del fegato, riporta il Corriere di Bologna. Nel risarcimento deciso dai giudici, che hanno riconosciuto il nesso tra la trasfusione e le malattie sviluppate dalla 65enne, sono inclusi i danni, gli interessi e le spese legali affrontate in questi otto anni.
La decisione è arrivata dopo l'analisi della documentazione sanitaria relativa al caso della donna e sulla base di una perizia medico-legale disposta dal giudice Pasquale Grasso.
Secondo quanto emerso, la 65enne aveva ricevuto diverse trasfusioni dopo un intervento cardiochirurgico nel novembre 1978. Come anticipato, la sentenza ha riconosciuto nell'ordine il collegamento tra la trasfusione, l’infezione da Hcv, la cirrosi epatica, l’epatocarcinoma e la morte della donna.
Lo scandalo del sangue infetto ha causato migliaia di vittime tra gli anni '70 e '90 a causa di trasfusioni contenenti virus, come HIV ed epatite B e C.
In Italia la Corte di Cassazione ha riconosciuto la responsabilità del Ministero della Salute per i contagi avvenuti anche prima del 1978, anno in cui l'epatite fu ufficialmente identificata, a causa della mancata vigilanza sui donatori.
Solo a partire dagli anni '80 sono state introdotte ricerche sistematiche dei virus sulle sacche di sangue, in precedenza assenti o inefficaci.
Anche nel Regno Unito l'Infected Blood Inquiry ha rivelato che oltre 3mila persone sono morte tra gli anni '70 e '90 a causa di sangue contaminato, in una vicenda spesso insabbiata.