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Una percentuale altissima quella che riguarda i decessi avvenuti nelle terapie intensive degli ospedali lombardi dove nel periodo di tempo che va tra il 20 febbraio e il 18 marzo il 26 per cento dei pazienti è deceduto. I dati sono stati elaborati in uno studio pubblicato sulla rivista medica americana jamanetwork.com a cui hanno partecipato rappresentanti di tutti gli ospedali lombardi coinvolti dall'emergenza. I pazienti analizzati sono 1591: tanti i dati emersi attraverso lo studio che riguardano sesso, età e patologie pregresse. Secondo quanto evidenziato dallo studio infatti l'82 per cento di coloro i quali sono entrati in intensiva è di sesso maschile, l'età media è di 63 anni, inoltre il 68% aveva almeno una comorbilità e il 49% era iperteso.

Evidenziate le carenze dei sistemi sanitari anche dei paesi più ricchi

Dallo studio è emerso anche che nel periodo indicato di 28 giorni quasi 1600 pazienti, la maggior parte dei quali hanno richiesto supporto ventilatorio, sono stati ammessi in 72 terapie intensive con una media di 22 pazienti per terapia intensiva, con una durata media della degenza di 9 giorni. Una richiesta, secondo lo studio, che supera di gran lunga la capacità anche del miglior sistema sanitario e che indica altresì la potenziale morbilità e mortalità in attesa nelle aree con meno risorse della Lombardia.

Istituire protocolli per le prossime emergenze sanitarie

Questi studi sono infatti importanti per capire quali potrebbero essere le misure da prendere in maniera preventiva anche nel resto delle strutture sanitarie e dei paesi per affrontare emergenze sanitarie di questo tipo e pandemie come quella del coronavirus. Esistono comunque ostacoli imprevedibili anche nell'attuazione preventiva di protocolli come si legge nello studio le "condizioni di incertezza e di impennata, l'impulso comprensibile di utilizzare interventi non testati, la carenza di dipendenti e attrezzature, il rischio di infezione del personale sanitario e la ricerca dispiegamento del personale per fornire assistenza clinica".

Non siamo pronti a curare i pazienti gravemente malati

Le condizioni critiche di tanti pazienti e il successivo loro trattamento in paesi come la Cina, l'Italia o l'Iran, tra i più colpiti, insieme a tante città degli Stati Uniti ha evidenziato la fragilità dei sistemi di assistenza sanitaria per la cura dei pazienti gravemente malati anche nei paesi più ricchi. Nonostante poco più di un secolo fa, circa il 3% della popolazione mondiale è morta a causa della pandemia del 1918, la cosiddetta "influenza spagnola", ad oggi non si è ancora pronti ad affrontare pandemie di questo tipo.