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L’ex brigatista Azzolini racconta l’assassinio dell’appuntato D’Alfonso: “Non doveva morire nessuno”

Udienza fiume martedì davanti alla corte d’assise di Alessandria dove l’ex militante delle Brigate Rosse è imputato per la sparatoria del 5 giugno 1975 che portò alla morte di un carabiniere. Morì anche Mara Cagol, fondatrice delle Br insieme a Renato Curcio e Mario Moretti.
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A sinistra Lauro Azzolini, accompagnato dal suo legale Davide Steccanella
A sinistra Lauro Azzolini, accompagnato dal suo legale Davide Steccanella

Ho sparato anch’io, lì sparavano tutti, è stato un macello, una cosa incredibile”: risponde così Lauro Azzolini, l’ex militate delle Brigate Rosse, oggi 82enne, accusato dell’omicidio dell’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso, morto dopo la sparatoria del 5 giugno 1975 a Cascina Spiotta, nell’Alessandrino. I carabinieri erano intervenuti nel casolare dove due brigatisti sorvegliavano Vittorio Vallarino Gancia, il re degli spumanti, sequestrato per finanziare l'attività dell'organizzazione. All'arrivo dei carabinieri la situazione precipitò velocemente in un conflitto a fuoco.

D’Alfonso morì alcuni giorni dopo la sparatoria nella quale perse la vita anche Margherita Cagol, fondatrice delle Brigate Rosse e moglie di Renato Curcio. Anche Curcio, insieme all’altro fondatore delle Br Mario Moretti, è oggi imputato per la morte di D’Alfonso. Per l’accusa, Curcio e Moretti, come capi delle Brigate Rosse, avrebbero deciso il sequestro Gancia e dato disposizioni per ingaggiare il conflitto a fuoco.

Lauro Azzolini riuscì a fuggire subito dopo la sparatoria e all’epoca non fu identificato: la sua partecipazione al sequestro Gancia e al conflitto a fuoco della Spiotta è rimasta sconosciuta per quasi 50 anni, nonostante l’arresto del 1978 dopo il caso Moro, processi, condanne e il ruolo di dirigente nelle Brigate Rosse. Azzolini ha ammesso la sua presenza alla Spiotta a marzo del 2025, all'inizio del processo di Alessandria.

La ricostruzione della sparatoria

“Voglio sapere tutto, a costo di essere noioso”: esordisce così il sostituto procuratore di Torino Emilio Gatti, incalzando per più di quattro ore Lauro Azzolini, iniziando dal suo ingresso nelle Brigate Rosse.

Che il pubblico ministero ha cercato di datare nei primi anni Settanta.
Azzolini ha dichiarato invece di essere entrato nell’organizzazione rivoluzionaria solo nel 1975 e che il sequestro Gancia è stata la sua prima azione, fatta senza esperienza militare e con poca dimestichezza nell’uso delle armi.
Con “le pistole che lei sapeva usare fino a un certo punto, una persona è morta e un’altra è rimasta ferita” (il tenente dei Carabinieri Umberto Rocca intervenuto alla Spiotta), è stata la contestazione del pm Gatti.

Il sequestro Gancia “doveva essere un gioco”, ha detto Azzolini, un’azione veloce e senza rischi per finanziare la lotta armata, raccontando il momento in cui con altri tre compagni ha prelevato dalla sua vettura Gancia. Poi l'arrivo dei carabinieri a Cascina Spiotta e lo scontro ingaggiato dai brigatisti. Con Azzolini che ha lanciato due bombe a mano, prima della sparatoria che è costata la vita all’appuntato D’Alfonso e a Margherita Cagol.
La ricostruzione del 5 giugno 1975 è partita dal cosiddetto Memoriale Spiotta, la relazione del conflitto a fuoco scritta dal brigatista fuggito, Azzolini, e consegnata allo stesso Renato Curcio che Azzolini ha detto di aver conosciuto solo mesi dopo i fatti della Spiotta.

Proprio grazie al memoriale, trovato nel 1976 nella base brigatista di via Maderno a Milano, e alle impronte sul testo analizzate quasi cinquant’anni dopo, si è arrivati alla riapertura del caso. E soprattutto grazie alla tenacia di Bruno D’Alfonso, figlio di Giovanni, e all'esposto che ha presentato in procura. La relazione fatta da Azzolini, circa una settimana dopo i tragici eventi del 5 giugno 1975, è stata oggetto di rilievi da parte del pm Gatti. Per alcuni errori fatti da Azzolini che, per esempio, descriveva Margherita Cagol ferita al braccio sinistro, mentre quello insanguinato era il destro. Errori che Azzolini ha attribuito allo stato di forte tensione e dolore per la morte di Cagol.

Dall'udienza nessuna parola definitiva su chi, tra Cagol e Azzolini, abbia effettivamente ferito a morte D'Alfonso. A domanda diretta del pm Lei dove ha mirato?”, Azzolini ha risposto: “Ho sparato anch’io, lì sparavano tutti, è stato un macello, una cosa incredibile, senza chiarire la dinamica della sparatoria. Già discrepante, sulla collocazione di D'Alfonso nella scena, tra la versione di Azzolini e le dichiarazioni rese dai carabinieri intervenuti alla Spiotta nel processo celebrato negli anni Settanta. Allora l'unico condannato fu il brigatista Massimo Maraschi, arrestato quasi casualmente il giorno prima della sparatoria. Maraschi faceva parte del gruppo dei quattro brigatisti che aveva sequestrato Gancia. Del gruppo, ha svelato in aula Azzolini, avrebbe fatto parte anche Attilio Casaletti, nel frattempo deceduto. Per Azzolini, alla Spiotta, "non doveva esserci lo scontro, lì non doveva morire nessuno, doveva esserci solo la fuga".

Azzolini ha concesso qualche dettaglio sulla fuga dai boschi di Cascina Spiotta. Una fuga rocambolesca, “da montanaro”,  attraversando un fiume e mangiando nei boschi. Poi la scoperta sui giornali della morte di Cagol: Mi è caduto il mondo addosso” ha dichiarato Azzolini. E l’arrivo ad Albenga, in Liguria, con i compagni che sono andati a recuperarlo. Nessun nome però: “Non ce lo dice?” chiede il pm, “adesso no, ma erano compagni della colonna di Torino” è stata l’unica concessione di Azzolini. Dopo oltre quattro ore e qualche schermaglia tra l'accusa e l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Azzolini, l’esame dell’imputato è stato interrotto:
“Non mi ricordo più niente, per me è chiusa” ha detto Azzolini. Senza le domande delle parti civili, i figli di D’Alfonso, rappresentati dagli avvocati Sergio Favretto, Guido Salvini e Nicola Brigida.

Sulla morte di Margherita Cagol

Non ci sarà invece una nuova perizia balistica per fare chiarezza sulla morte di Margherita Cagol.La corte d’Assise del tribunale ha respinto la richiesta degli avvocati Francesco Romeo e Vainer Burani, difensori di Mario Moretti e Renato Curcio. Secondo la ricostruzione di Azzolini nel memoriale, dopo la fuga, Cagol era rimasta sul prato della Spiotta, con le mani alzate. Poi Azzolini ha sentito degli spari. L'uccisione di Cagol arresa è sempre stata contestata dai carabinieri e dalle ricostruzioni ufficiali. E senza la perizia balistica è destinata a rimanere tale.

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