Russo

"Quel che è peggio è che in alcuni sguardi leggo atti d’accusa: sono stata io — mi dicono quegli sguardi — ad aver armato la mano del mio ex marito, io ad essermi allontanata dopo aver scoperto che aveva un’altra, io ad avere la colpa di non aver lasciato correre". A inviare una lettere al Corriere della Sera è Giovanna Zizzo, la mamma di Laura Russo, uccisa a soli 11 anni dal papà a San Giovanni La Punta, vicino Catania. Era l'agosto del 2014 quando Roberto Russo, all'epoca suo marito, si avventò sulla ragazza ammazzandola a coltellate, in un periodo in cui stava vivendo un periodo di separazione dalla moglie, mentre l'altra figlia della coppia, Marika, rimase ferita cercando di difenderla e fu salvata dai due fratelli più grandi, Andrea ed Emanuele, che riuscirono a disarmare l'uomo prima che ammazzasse pure lei. Anche se la vicenda giudiziaria si è conclusa lo scorso mese di luglio, con la condanna del killer all'ergastolo, il calvario di Giovanna continua giorno dopo giorno.

Da qui la decisione di sfogarsi, di far sapere a tutta la comunità locale della sua sofferenza, non solo per la perdita della figlia, ma anche e soprattutto per il giudizio e la mancanza di rispetto da parte della gente. "Quello che avrei apprezzato – ha continuato Giovanna – sarebbe stato un po’ di rispetto in più, mi avrebbe fatto piacere sentire il calore umano della gente, del sindaco, degli assessori, della comunità religiosa. E invece ho vissuto questi cinque anni con la netta sensazione di essere una figura fastidiosa. All’inizio uscivo solo se avevo addosso gli occhiali da sole, era impossibile sostenere quegli sguardi, sopravvivere al pregiudizio è stata una delle tante prove che ho dovuto affrontare. Ma ora so che ho sbagliato a sentirmi sbagliata. Io sono la mamma di Laura, ho lei dalla mia parte e potete pensare quello che volete. Non mi nasconderò mai più dietro un paio di occhiali. Era mia figlia ma era anche una figlia di san Giovanni La Punta, ed era innocente. Ricordarla sarebbe un monito per i violenti, una cicatrice doverosa e necessaria. Invece tutto tace".

Giovanna ricorda alcuni episodi che più di altri le hanno fatto male. Uno in particolare, che vede come protagonisti i compagni di classe di Laura, che avevano seminato in sua memoria una magnolia. "È finita che quell’albero non esiste più: qualcuno lo ha distrutto e mi fa male pensare che abbiano preso a pallonate la fotografia di mia figlia. Non c’è una targa, una stele, un pensiero per Lauretta in nessun punto della sua città e i soli oggetti che fanno pensare a lei sono cinque panchine rosse che io stessa ho voluto. Infine, fa un appello: "Noi siamo vittime, io e la mia famiglia siamo sopravvissuti… A questo mondo un po’ antico e un bel po’ lontano dalla nostra sofferenza vorrei chiedere di mettersi una mano sulla coscienza e di onorare la memoria di Lauretta, finalmente. L’uomo che decise di punire me uccidendo lei era mio marito, è vero, ma avrebbe potuto essere il marito di chiunque altra".