Opinioni
16 Marzo 2011
19:46

La Resistenza: la rinascita di una nazione, il riscatto di un popolo

La Resistenza come momento centrale della storia italiana e come fondamento della Repubblica: il valore della memoria storica da tramandare alle generazioni future.

Da qualche anno a questa parte si è riaperto un serrato dibattito in merito ad uno dei periodi più controversi della storia del nostro paese, quel periodo storico generalmente definito come “Resistenza”. In occasione delle celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, che noi ricordiamo con le storie di Noi Italiani, gettare uno sguardo attento su di un periodo che taluni storici hanno voluto definire come “Secondo Risorgimento”, ci sembra particolarmente appropriato, quasi doveroso. La Resistenza fu il fenomeno storico costituito dall’insieme dei movimenti politici e militari che, in seguito all’ armistizio firmato dal governo Badoglio con gli alleati avvenuto l’8 settembre del 1943, si opposero alle truppe nazi-fasciste, contribuendo in maniera determinante all'esito finale del conflitto e al crollo del regime fascista.

L’8 settembre del 1943 segnava inequivocabilmente la fine di un regime che aveva puntato in maniera grossolana ed azzardata sulla guerra, oltre ad evidenziare l’inadeguatezza di una dinastia, quella dei Savoia, che aveva pensato di potersi barcamenare tranquillamente tra sistemi politici e schieramenti internazionali opposti. Lo Stato nazionale di origine risorgimentale semplicemente si dissolve. Collassano le strutture amministrative e politiche, ogni elemento di cementificazione  del tessuto connettivo nazionale salta. L’Italia si ritrova ad essere spaccata in due: il Sud sotto il controllo delle forze Alleate, il Nord sotto il giogo delle truppe d’occupazione tedesche. In questa situazione l’Italia torna ad essere considerata “una semplice espressione geografica”, si tratta di un paese sconfitto che ha perso la propria indipendenza, la propria sovranità, che vede letteralmente annichilita l’identità nazionale.

In questa quadro disastrato comincia ad acquistare forza e diffusione l’antifascismo, fino ad allora fenomeno limitato ad una ristretta cerchia di gruppi politici ed intellettuali, che ora riesce ad aggregare anche buona parte dei ceti popolari. In una Roma occupata dai tedeschi si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), formato da tutte le organizzazioni antifsciste (Partito Comunista Italiano, Democrazia Cristiana, Democrazia del Lavoro, Partito d’Azione, Partito Liberale italiano, Partito Socialista di unità proletaria). Dopo quasi un biennio di lotte senza quartiere, il 25 aprile 1945 le brigate partigiane liberavano le principali città del Nord Italia, prima che giungessero le truppe alleate l’Italia si ritrovava ad essere di nuovo unita. Il contributo della lotta partigiana alla riunificazione ed alla liberazione del paese dopo il crollo del 1943, era stato determinante: questa la storia, in sintesi estrema.

Nel necessario insieme delle analisi e delle valutazioni di tale fenomeno storico non mancano oggi interventi e produzioni letterarie, provenienti spesso anche da certo mondo della sinistra, che tendono a problematizzare, se non addirittura a sminuire, il contributo dato dal movimento partigiano nel processo di riunificazione e liberazione del nostro paese. A grandi linee il ragionamento che supporta queste tesi è sostanzialmente questo: con lo sbarco delle forze alleate la liberazione dalle truppe nazi-fasciste sarebbe stato un processo inevitabile, le truppe partigiane operarono quindi in una situazione tutto sommato già definita; inoltre sarebbe più opportuno parlare di guerra civile e non di guerra di liberazione, senza tralasciare le brutture delle quali si macchiò il movimento partigiano.

In tutta onestà questa impostazione non ci trova daccordo. Non utilizziamo il termine “revisionismo” semplicemente perchè termine troppo carico di incrostazioni concettuali pregresse. Riteniamo doveroso però sottolineare soltanto come in questo modo non si colga il punto decisivo. A prescindere da quanto incise effettivamente la lotta di Resistenza nel processo di liberazione, a giudizio di tanta storiografia fu un elemento determinante, ciò che conta è sottolineare la volontà collettiva di larga parte del popolo italiano che abbracciò le armi per difendere il diritto alla libertà, per riguadagnare l’indipendenza perduta del proprio Paese, per cancellare l’umiliazione del ventennio fascista. Non si può immaginare la nascita dell’Italia repubblicana se non sulla scorta dell’esperienza della Resistenza.

Sono i valori che hanno segnato la lotta di liberazione che diverranno il fondamento etico – politico del nuovo ordine democratico. Tra partigiani e “repubblichini” va tenuta ferma una distinzione fondamentale: i primi, pur all’interno di un movimento estremamente articolato, si batterono per la costruzione della democrazia, i secondi per la restaurazione del regime fascista. Si può e si deve esprimere un giudizio di valore. La Resistenza pose le basi per la costruzione di un’unità e di un sentimento nazionale condivisi, si trattò davvero di un secondo Risorgimento, che rese possibile immaginare, impostare un quadro di valori all’interno del quale si poteva designare una nuova espressione della cittadinanza e dell’orgoglio nazionale. Non si può non condivere quanto detto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano quando, a più riprese, ha parlato di un “perenne significato storico e politico della Resistenza”. Difendere i valori della Resistenza, difendere la Carta Costituzionale figlia di quell’esperienza, significa difendere l’unità del nostro paese e salvaguardare l’orgoglio di sentirsi italiani.

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A cura di Rocco Corvaglia – Adriano Biondi

A Fanpage.it fin dagli inizi, sono vicedirettore e caporedattore area politica nella redazione romana. Racconto storie, discuto di cose noiose e scrivo di politica e comunicazione. Senza pregiudizi.
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