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La ragazza uccisa ad Aosta era vittima di violenza: perché il percorso di emancipazione è così difficile

Nonostante la denuncia per maltrattamenti e minacce e un ordine di controllo che vietava a Teima Sohaib di incontrare Auriane Nathalie Laisne i due ragazzi erano ancora insieme per l’Europa. È possibile che la ragazza francese 22enne uccisa ad Aosta non pensasse di avere un’alternativa?
A cura di Margherita Carlini
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È stato fermato a Lione Teima Sohaib, il ragazzo italo-egiziano delle Marche di 21 anni gravemente indiziato del delitto di omicidio premeditato e aggravato di Auriane Nathalie Laisne, la ragazza francese con cui probabilmente aveva una relazione affettiva e che precedentemente lo aveva denunciato per violenza domestica e minacce. Minacce che lo stesso le avrebbe fatto per convincerla a ritrattare la denuncia.

A seguito di quella denuncia, che Auriane aveva presentato il 13 gennaio, l’uomo era stato posto sotto controllo giudiziario, una misura cautelare che prevedeva tra l’altro, il divieto di entrare in contatto con la vittima. Per quella denuncia era già prevista un’udienza per il 3 maggio.

Già ricercato per la violazione di quel provvedimento e forse a suo carico altri precedenti aspecifici, Sohaib sembra essere quello che potremmo definire un uomo generalmente violento, un soggetto cioè che ha scelto di utilizzare la violenza come modalità di relazione personale e sociale.

Gli individui di questo tipo, solitamente intraprendono violenze contro la partner più gravi e frequenti, rispetto ad altri maltrattanti, con un rischio di recidiva e di escalation delle condotte violente, quindi, elevatissimo. Ciononostante i due ragazzi erano ancora insieme, in giro per l’Europa, cercando vecchi edifici e strutture da esplorare.

Ecco che la morte di Auriane ci impone di riflettere sulle difficoltà che le donne vittime di violenza relazionale incontrano nel loro percorso di emancipazione. Perché nonostante la denuncia e il divieto di incontrarsi i due erano ancora insieme? Perché i testimoni che li hanno visti i giorni precedenti al femminicidio li descrivono come tranquilli e non hanno dubitato del fatto che la ragazza potesse essere in qualche modo forzata a seguire l’uomo?

Se da un lato è possibile che Auriane fosse ancora vittima delle minacce che Sohaib le aveva già agito, nel tentativo di farle ritrattare il contenuto della denuncia e quindi potesse assecondarlo temendo ripercussioni più gravi, è anche verosimile che la stessa abbia scelto di reinvestire in quella relazione e quindi di proseguire quel viaggio in giro per l’Europa.

Questo tipo di atteggiamento fortemente ambivalente è un fattore di vulnerabilità (conseguenza della violenza subita) che si riscontra nella maggior parte delle vittime di violenza relazionale o di genere. La donna, nel tentativo di emanciparsi dalla violenza, compie quelli che vengono definiti “tentativi di separazione” (alla base di quali possono esserci motivazioni di tipo emotivo, cognitivo o pratico) decidendo cioè di interrompere la relazione a seguito di un’esplosione della violenza, quando quindi viene spinta anche da un bisogno di autoprotezione, per poi scegliere di tornare sui suoi passi.

La violenza maschile contro le donne ha un andamento ciclico, costituito da tre fasi che si ripetono ciclicamente appunto, con intervalli di tempo sempre più ridotti. Alla fase acuta della violenza, in seguito alla quale Auriane potrebbe aver scelto di presentare la denuncia a gennaio, segue sempre una fase che viene definita di “luna di miele” nel corso della quale solitamente l’uomo chiede scusa per quello che ha fatto, si mostra pentito, c’è un ritorno all’affettività, torna ad essere la persona di cui la donna si era innamorata, promette un cambiamento.

Questa fase è particolarmente delicata per la donna perché spesso si sente confusa e viene portata a credere in quella promessa di cambiamento. In questa fase si potrebbe rilevare una subfase di deresponsabilizzazione e minimizzazione da parte del partner violento, che potrebbe attribuire la responsabilità dei suoi agiti a cause esterne, frequentemente anche alla donna, che può quindi sentirsi in colpa e in qualche modo corresponsabile per la violenza che ha subito.

Dobbiamo ricordare che la violenza produce danni profondi a livello psicologico perché viola l’autonomia della donna, la sua integrità corporea, rompe i legami sociali e soprattutto calpesta la dignità personale. Spesso nelle donne vittime di violenza si assiste ad un blocco della capacità di vedersi in una prospettiva di cambiamento. Vivono una sorta di congelamento del sé bloccato dalla violenza, che le fa sentire impotenti ed in completa balia dell’altro.

Non riuscire ad avere una prospettiva di cambiamento, equivale a pensare che quella violenta, sia l’unica dimensione possibile. In una dimensione nella quale spesso la violenza viene normalizzata come meccanismo di difesa, con una inevitabile sottovalutazione dei rischi correlati.

È quindi verosimile che Auriane non sia riuscita a immaginare per sé una prospettiva diversa da quella della violenza o che abbia creduto a una promessa di cambiamento da parte di quell’uomo che invece poi l’avrebbe uccisa con numerose coltellate, ricomponendo poi il suo corpo, in un’attività di staging, che probabilmente aveva lo scopo di depistare le indagini.

Per tutte queste ragioni è fondamentale ricordare che se si è in una relazione maltrattante, o si ha il dubbio di esserlo, è importante parlarne e chiedere aiuto a persone qualificate, rivolgendosi ai Centri Antiviolenza. Come importante è il contributo di ognuno di noi che abbiamo il ruolo di sentinelle sociali.

Perché la violenza maschile contro le donne è un fenomeno che ci riguarda tutte e tutti ed ognuno di noi potrebbe dare un contributo per offrire ad una donna la possibilità di vedersi libera dalla violenza.

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Sono Psicologa Clinica, Psicoterapeuta e Criminologa Forense. Esperta di Psicologia Giuridica, Investigativa e Criminale. Esperta in violenza di genere, valutazione del rischio di recidiva e di escalation dei comportamenti maltrattanti e persecutori e di strutturazione di piani di protezione. Formatrice a livello nazionale.
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