Capelli corti e castani, lo sguardo timido e l’atteggiamento dimesso di chi non è mai stato, in tutta la sua vita, al centro della scena. Sonya Caleffi si era sempre nascosta: dai conflitti, dalle responsabilità, dagli uomini, si era nascosta nel buio della sua depressione, nel silenzio della sua stanza da letto, nel torpore degli psicofarmaci, anche nel suo disturbo alimentare, si era nascosta. Ma c’era un momento in cui Sonya non si nascondeva, in cui era salda, regista del momento, artefice del destino. Del destino degli altri.

Quelle strane morti in corsia

Quel momento era quello in cui schiacciava lo stantuffo della siringa nella pelle di un paziente, quello in cui l’aria entrava in vena e il fragile organismo cominciava a collassare. In un attimo la stanza d’ospedale si trasformava nella set di un medical drama: urla, camici bianchi ovunque, tentativi disperati di salvare il salvabile, di tenere il vita il paziente, pur con danni gravissimi. Da quando c’era lei all'ospedale Sant'Anna di Como i decessi sospetti erano stati otto, tutti per embolia gassosa, tutti pazienti terminali. All'Ospedale Manzoni di Lecco, invece, le morti sospette erano state 18. Troppe per non attirare l’attenzione. È così da un giorno all’altro l’invisibile Sonya era diventata l’Angelo della morte, la serial killer con il camice verde e il suo era stato accostato a quelli di Maurizio Minghella, Luigi Chiatti, Michela Quaglini. Fu allora che la Sonya timida e fragilissima si ricongiunse con l’altra Sonya, quella che faceva cose orribili quando nessuno guardava.

L'Angelo della morte

Il disturbo di Sonya Caleffi, nata a Como, nel 1970 e cresciuta in una famiglia rispettabile e in un clima sereno, si manifesta nell’adolescenza con l’anoressia e una grave depressione. La situazione non migliora neanche quando, con il diploma di infermiera, Sonya acquisisce una professionalità e un posto nel mondo. Dal '94 al 2004, fino al giorno del suo arresto, lavora in diversi reparti di diverse strutture sanitarie, al pronto soccorso e anche in psichiatria, ma la sua condotta è costellata da negligenti assenze. La vita sentimentale non compensa questi vuoti. Dopo un matrimonio durato appena un anno anche una convivenza con radiologo finisce in tempi brevi e Sonya si ritrova sola con i suoi demoni. Il 4 agosto 2002 tenta di suicidarsi lanciandosi con l'auto contro un muro. Ci riproverà altre tre volte.

"Volevo solo attirare l'attenzione"

Il processo a suo carico dura due anni e riguarda cinque delle 18 potenziali vittime. Da un lato ci sono le famiglie delle vittime con le cui vittime l'infermiera ha giocato a fare Dio, dall'altro c'è lei, appesantita dagli psicofarmaci, chiusa come sempre, ma non sui delitti, di cui si assume la maternità."Volevo solo attirare dell'attenzione su di me perché mi sentivo sottovalutata – dice in una lettera agli inquirenti – E poi quelle persone destinate a morire in poco tempo mi facevano pietà. Ecco perché ho accelerato i tempi del loro decesso".

Sonya Caleffi oggi è libera

Inevitabile la perizia che ne certifica il disturbo di personalità e che, nonostante tutto, non attenua le sue responsabilità sulla "sconcertante gratuità del movente, che può trovare plausibile ragione in una volontà di potenza e di narcisismo autoreferenziale compatibile con il complesso disturbo di personalità accertata anche dalle perizie". La condanna finale, a fronte della richiesta di ergastolo, è di 20 di reclusione. Sonya ne sconta 14 ed esce dal carcere di Bollate il 25 ottobre 2018, tre mesi prima della morte della sua ultima vittima. Giuseppe Sacchi, ex vice comandante dei vigili di Mandello, è morto all’età di 85 anni, 14 dei quali trascorsi da invalido a causa dell'iniezione di aria.