Inchiesta sui medici anti-Cpr, 23 perquisiti e un nuovo indagato: “Il problema sono i Centri, non i certificati”

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Un Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio)
L’inchiesta sui presunti certificati anti-Cpr si allarga: 23 medici perquisiti, Nicola Cocco indagato per associazione a delinquere. Un medico a Fanpage.it: “Siamo sanitari, le persone le curiamo, non le mandiamo in luoghi dove si ammalano”.

"Non c'è nessun falso ideologico, non c'è nessuna associazione a delinquere". A parlare a Fanpage.it è Stefano Caselli, presidente del Laboratorio di Salute Popolare di Bologna, che ha espresso solidarietà ai medici perquisiti nell'inchiesta della procura di Ravenna sui presunti certificati medici rilasciati a cittadini stranieri per evitare il loro trasferimento nei Cpr (Centri di permanenza per il rimpatrio). Un'operazione che Caselli ha definito "di propaganda politica", che sarebbe volta a "convincere i medici a mandare in quei luoghi quante più persone possibili".

Tutto ha inizio a Ravenna dove nei mesi scorsi erano finiti sotto accusa 8 medici per presunti certificati di non idoneità al trasferimento nei Cpr. Secondo la procura, alcuni di quei documenti sarebbero stati "falsi" e avrebbero avuto l'effetto di impedire il trattenimento delle persone straniere. A marzo erano poi arrivate le prime misure cautelari interdittive nei confronti di alcune professioniste. In questi giorni, però, il fascicolo si è allargato ulteriormente e ieri, mercoledì 16 settembre, sono stati perquisiti 23 medici in diverse città italiane, con l'acquisizione di telefoni, computer, tablet e documentazione. Tra loro c'è anche Nicola Cocco, medico infettivologo della Rete Mai più Lager, NO ai Cpr e della Società italiana di medicina delle migrazioni: l'unico tra i professionisti perquisiti a risultare indagato per associazione a delinquere in questa nuova tranche dell'inchiesta. In una chat del giugno 2024, Cocco scriveva a una collega coinvolta nel procedimento: "Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura". La collega lo avrebbe quindi informato dei certificati di non idoneità realizzati a Ravenna e Cocco, secondo quanto riportato negli atti, rispondeva positivamente. In un'altra chat, del luglio 2025, avrebbe poi scritto: "Gli facciamo il cu*o a sti sbirri maledetti". Elementi che oggi gli investigatori leggono come indizi di un possibile coordinamento tra i professionisti nell'ottica di "un'aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina".

È proprio su questo punto che i medici e le associazioni che li sostengono respingono l'impostazione dell'accusa. Caselli a Fanpage.it ha parlato di un'operazione che rischia di intimidire i professionisti e ha rivendicato il ruolo della medicina: "Noi siamo sanitari, noi le persone le curiamo, non le mandiamo in luoghi dove si ammalano". Secondo il presidente del Laboratorio di Salute Popolare (e non solo), i Cpr sono considerati strutture con conseguenze pesanti sulla salute delle persone trattenute e un medico deve poter certificare liberamente ciò che ritiene incompatibile con le condizioni del paziente.

Dello stesso caso ha parlato anche il deputato di Avs Marco Grimaldi, riferendo la testimonianza di una giovane dottoressa di Biella che sarebbe stata raggiunta da una perquisizione durante la notte. Secondo il racconto riferito dal parlamentare, alla professionista sarebbero stati sequestrati computer, cellulare e tablet e sarebbe stata poi accompagnata in Questura per essere interrogata. Su questo punto Grimaldi ha annunciato un'interrogazione ai ministri dell'Interno e della Salute:

"Non so quale sarà l'esito di questa inchiesta ma conosco molto bene la realtà di quei Centri. Luoghi strutturalmente patogeni e traumatogeni, in cui troppo spesso vengono rinchiuse in condizioni disumane persone psichicamente e fisicamente fragili; luoghi in cui l'assunzione di psicofarmaci, gli atti di autolesionismo e i suicidi sono nettamente sopra la soglia di accettabilità. E se in questo mondo i professionisti che, onorando il giuramento di Ippocrate, tutelano quelle persone da un destino di violazione sistematica dei loro diritti e della loro salute sono trattate come criminali e perseguite con punizioni esemplari, questo è un mondo alla rovescia, un mondo governato dall'ingiustizia".

Intanto, come appreso da Fanpage.it, per Cocco gli accertamenti sui dispositivi sequestrati sarebbero ancora in corso. Il suo avvocato Eugenio Losco ha spiegato che "le perquisizioni telematiche stanno andando per le lunghe e non finiranno prima di sera". Tuttavia, mentre si cercano nelle chat e nei computer le prove di una presunta "associazione a delinquere", sullo sfondo resta il problema che ha alimentato la protesta dei sanitari: se i Cpr sono "luoghi di tortura" dove esistono condizioni di vita estreme e una sistematica compressione dei diritti fondamentali, forse il punto non è più stabilire chi (e se) abbia falsificato un certificato. È interrogarsi sul sistema che rende quel certificato decisivo, chiedersi se siano i Cpr stessi a essere compatibili con il diritto alla salute e con la dignità delle persone che vi vengono rinchiuse e, più in generale, se sia accettabile che la tutela di diritti fondamentali possa dipendere dall'esito di una certificazione medica.

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