«I media fanno spesso di tutta l'erba un fascio: se uno è bandito mi sembra esagerato dire che siamo un paese di banditi»; «hanno scritto che a Orgosolo siamo omertosi, ma non hanno intervistato tutto il paese»; «le notizie orgolesi sono rilevanti solo quando sono negative, delle cose belle non parla mai nessuno». Sono le voci da Orgosolo, paese di quattromila anime ancorato all'impervia catena montuosa del Supramonte, tornato alle cronache dopo la condanna in via definitiva a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti dell'ex primula rossa orgolese Graziano Mesina, latitante da giovedì.

La narrazione generale che dipinge una Orgosolo caratterizzata da banditismo e omertà, non piace però ai residenti del piccolo paese dei murales sardo. «Per capire veramente che cosa è Orgosolo, bisogna essere nati qua» dicono in su tzilleri, al bar del paese: «siamo un posto esattamente come tutti gli altri con i suoi pro e con i suoi contro, dove ci sono giovani laureati e giovani delinquenti – racconta Daniele Cubeddu, orgolese di 20 anni – esattamente come in qualsiasi altro luogo». A detta degli orgolesi gli aspetti positivi del paese non suscitano interesse, mentre l'insistenza di una narrazione che li inquadra come personalità negative innatamente legate al mondo della criminalità giova a pochi, ma sicuramente non a Orgosolo: «per via di questa nomea negativa noi giovani veniamo considerati tutti figli di delinquenti – spiega Stefano Carta, orgolese di 19 anni – viviamo avvolti da un pregiudizio che i media continuano ad alimentare». Le voci dal paese dei murales raccontano quindi un luogo dove dominano rispetto, dedizione al lavoro e ospitalità, e dove i re del Supramonte non hanno conquistato la corona con la latitanza.