In Italia le educatrici dei bambini negli asili nido guadagnano troppo poco

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In Italia, le educatrici che ogni giorno lavorano a stretto contatto con i bambini nei nidi, devono fare i conti con precarietà e stipendi bassissimi. Nel pubblico un lavoratore full time può arrivare indicativamente intorno ai 1.500-1.600 euro netti mensili, mentre nel privato le differenze stipendiali sono enormi di caso in caso.

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Inutile girarci intorno. Per fare l'educatrice in Italia (cioè le professioniste a cui affidiamo cura, sviluppo, relazioni e apprendimento dei nostri figli nei primissimi anni di vita) le alternative sono due: essere sottopagata nel privato o essere precaria nel pubblico.

È una semplificazione, certo. Ma basta entrare nelle pieghe del sistema italiano dei servizi per la prima infanzia per capire che esiste un problema molto più serio.

Giorgia, 38 anni, laurea triennale, poi magistrale e dottorato, ha lavorato nel privato guadagnando appena 975 euro netti al mese per otto ore di lavoro al giorno. “Con 975 euro al mese non potevo mantenermi. Dopo otto ore passate al nido ero costretta a fare altro. E questo mentre svolgevo un lavoro che richiedeva attenzione continua, responsabilità e un coinvolgimento emotivo enorme”. Giorgia fa quindi una scelta che ha poco a che vedere con la pedagogia e molto con la possibilità di pagare un affitto: prova a lavorare nel pubblico. Guadagna leggermente di più ma perde qualcosa che, per un'educatrice, dovrebbe essere parte integrante del mestiere: il tempo. Il tempo della relazione. Le supplenze significano entrare in una sezione, conoscere dei bambini, imparare a riconoscere i loro gesti, le paure, il modo in cui chiedono di essere consolati, iniziare a costruire una relazione e poi andare via. Essere chiamata altrove. Ricominciare. “Nel pubblico economicamente sto un poco meglio, ma non riesco a costruire un percorso. Arrivi, inizi a conoscere quei bambini e magari poco dopo devi lasciarli. Per me questo è il contrario del senso del lavoro educativo”. Ed è qui che la storia di una lavoratrice smette di essere soltanto la storia del suo contratto.

Una parte del problema comincia proprio dal modo in cui continuiamo a pensare al nido. Portare un bambino al nido non significa semplicemente trovare qualcuno che lo sorvegli mentre i genitori lavorano. Un'educatrice accompagna alcuni dei passaggi più importanti dello sviluppo umano: il linguaggio, le prime relazioni tra pari, l’autonomia, il distacco dal genitore, la regolazione delle emozioni, deve inoltre saper osservare e riconoscere quando un comportamento rientra nelle normali differenze dello sviluppo e quando può essere il segnale di qualcosa che merita attenzione.

“C'è una persistente sottovalutazione del lavoro di cura ed educativo, specie quanto più è rivolto ai più piccoli e più fragili”, afferma Chiara Saraceno, sociologa e una delle studiose italiane più importanti di famiglia, welfare, povertà e disuguaglianze. E non è casuale, secondo Saraceno, che questo lavoro sia svolto soprattutto dalle donne. Il lavoro di cura continua a portarsi dietro l'idea storica e culturale che accudire un bambino sia qualcosa che una donna sappia fare quasi naturalmente, anziché una competenza professionale che richiede studio, formazione e responsabilità. Il risultato è un paradosso abbastanza semplice: più piccolo è l'essere umano di cui ti occupi, meno sembra valere economicamente il lavoro necessario per occupartene.

Parliamo di numeri. Che valore economico si è scelto di attribuire ad un lavoro che richiede una responsabilità così alta? Non esiste un unico stipendio, perché il settore è estremamente frammentato. Nel pubblico il riferimento è generalmente il contratto delle Funzioni Locali, mentre nel privato sociale e nelle cooperative si applicano contratti differenti, spesso con inquadramenti e orari diversi. Ma tradotto nella vita reale il punto è abbastanza semplice: una educatrice full time nel privato o nel privato sociale può arrivare indicativamente a percepire poco più di 1.200-1.300 euro netti al mese, a seconda del contratto, dell’anzianità, delle ore effettivamente riconosciute e delle maggiorazioni. Nei part-time, molto diffusi nel settore, si può scendere facilmente sotto i mille euro. Nel pubblico una lavoratrice full time può arrivare indicativamente intorno ai 1.500-1.600 euro netti mensili, a seconda dell'inquadramento, dell'anzianità, delle detrazioni e delle componenti accessorie. Non si tratta quindi di un “massimo” contrattuale: il CCNL stabilisce valori lordi e la cifra netta varia da caso a caso. L’accesso a una posizione stabile, però, passa attraverso graduatorie, incarichi a tempo determinato e supplenze, con un precariato che può durare anni.

I numeri dell'ultimo grande rapporto Istat sui servizi educativi per l'infanzia aiutano a capire che il problema non riguarda soltanto i contratti. Mentre il pubblico arretra, il privato cresce: nel 2023/24 solo il 33,4% dell’offerta analizzata era a titolarità pubblica e, persino tra i servizi comunali, il 55,8% era affidato in gestione a soggetti privati, soprattutto non profit. Come osserva Saraceno, “le differenze stipendiali tra educatrici, a seconda che il nido sia pubblico, di una cooperativa o privato di mercato, possono essere enormi”.

C'è poi un problema ancora più profondo. Il nido non è soltanto uno strumento di conciliazione che permette ai genitori di lavorare: è il primo segmento del percorso educativo, e proprio per questo le condizioni di chi ci lavora riguardano direttamente la qualità dell'educazione ricevuta dai bambini. “Quando i bambini entrano in prima elementare portano già il peso di differenze socialmente strutturate nelle capacità”, osserva Saraceno. Investire nei primi anni significa dunque anche investire nelle professioniste che quei primi anni li accompagnano.

Il PNRR ha provato ad accelerare l'aumento dell'offerta. Ma qui emerge un'altra contraddizione. Possiamo costruire gli edifici, possiamo finanziare nuovi posti. Poi bisogna trovare qualcuno che entri ogni mattina in quelle stanze. Ma la domanda è presto fatta: perché le educatrici dovrebbero accettare condizioni che non consentono loro una vita sostenibile? Il rischio, con l'apertura dei nuovi nidi finanziati dal PNRR, è quindi quasi surreale: avere investito per costruire nuovi posti e scoprire di non avere investito abbastanza nelle persone necessarie a farli vivere.

E questa responsabilità non viene esercitata con un bambino alla volta. I rapporti numerici sono disciplinati dalle normative regionali e variano in base all'età e all'organizzazione del servizio, ma un'educatrice può trovarsi a seguire contemporaneamente sette bambini piccoli, e in alcune fasce d'età anche di più. Sette bisogni, sette separazioni, sette frustrazioni, sette bambini che non possiedono ancora pienamente gli strumenti per regolare o persino nominare ciò che provano. È anche dentro questi numeri che va letto il carico emotivo del lavoro.

Lo stipendio, quindi, racconta soltanto una parte del costo di questo lavoro. Ce n'è uno che non compare in busta paga: il costo emotivo. “Non possiamo pretendere una cura di qualità dei bambini se non costruiamo contemporaneamente un sistema che si prende cura di chi quella cura la garantisce”, racconta a Fanpage.it Vittoria Caberlon, educatrice che si è convertita a coach per educatrici, proprio per prendersi cura di chi si prende cura. “Io, per molto tempo, mi sono sentita sbagliata, mi sentivo sopraffatta quando avevo tanti bambini che non riuscivano a gestire le loro emozioni e io, per prima, facevo fatica a gestire le mie. Avrei voluto avere uno spazio in cui poter dire semplicemente ‘io oggi mi sento così’, senza sentirmi inadeguata. È difficile chiedere alle persone competenze, responsabilità e una presenza emotiva così grande e poi riconoscere tutto questo con stipendi spesso molto bassi”.

A questo punto la questione non può restare soltanto una denuncia delle condizioni di lavoro. Se lo Stato investe per aumentare i posti nei nidi, deve rispondere anche a una seconda domanda: quale investimento è previsto sulle persone che quei nidi dovranno farli funzionare? Come rendere sostenibile la professione, ridurre il precariato, trattenere personale qualificato e ridurre il divario tra chi lavora direttamente nel pubblico e chi svolge lo stesso lavoro nei servizi affidati a cooperative e soggetti privati?

“Non possiamo parlare seriamente di qualità dei servizi educativi senza parlare della qualità del lavoro di chi quei servizi li garantisce ogni giorno”, dice a Fanpage.it Marta Bonafoni, consigliera regionale del Lazio e coordinatrice della segreteria nazionale del Partito Democratico. Secondo le stime contenute nel rapporto Istat, ricorda Bonafoni, per sostenere l'ampliamento dell'offerta legato agli investimenti del PNRR servirebbero circa 24mila educatrici ed educatori aggiuntivi a tempo pieno, tra 28 e 29mila persone considerando l'attuale organizzazione del lavoro e la diffusione del part-time. E già oggi più di un servizio su tre segnala forti difficoltà nel reperire personale.

“Questo significa che non basta costruire nuovi nidi: dobbiamo renderli concretamente operativi e garantire qualità e continuità educativa. Per farlo servono salari adeguati, stabilità contrattuale, formazione e un pieno riconoscimento professionale del lavoro educativo. È anche una questione di qualità del servizio: la continuità del personale significa continuità delle relazioni con i bambini e con le famiglie”.

La questione diventa quindi anche quella delle risorse. Per Bonafoni non servono nuovi interventi episodici, ma un investimento strutturale: più servizi 0-6, rette sostenibili fino a una prospettiva di progressiva gratuità, finanziamenti stabili agli enti locali per poterli gestire e, soprattutto, valorizzazione salariale e professionale delle educatrici e degli educatori. "Non penso a una sommatoria di bonus o interventi temporanei, ma al sistema educativo come infrastruttura sociale del Paese”.

Alla fine il punto è questo: se consideriamo il nido un parcheggio necessario affinché gli adulti possano lavorare, allora possiamo continuare a ragionare prevalentemente in termini di posti disponibili, rette e liste d’attesa. Ma se lo consideriamo quello che è, ovvero il primo pezzo del sistema educativo, tutto cambia. D’altronde, conclude Saraceno, non investire nei primi anni di vita è anche una scelta economicamente miope: significa avere domani un Paese più povero di competenze proprio mentre l'Italia invecchia e deve affrontare trasformazioni tecnologiche, ambientali ed economiche enormi.

Se vogliamo prenderci sul serio quando diciamo di volerci prendere cura dei bambini, forse dovremmo cominciare da una domanda molto più semplice: chi si prende cura delle persone a cui li affidiamo?

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