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25 Maggio 2022
12:33

Il Nobel Parisi: “No alle spese militari, serve un trattato per mettere al bando le armi nucleari”

Il Premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi a Fanpage.it: “Fondamentale una riduzione delle spese militari. Serve un trattato internazionale per la riduzione sia delle armi convenzionali che di quelle nucleari”.
A cura di Davide Falcioni
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"È fondamentale, anche nella situazione attuale, ridurre le spese militari e stipulare un trattato internazionale per la messa al bando delle armi nucleari". Ha le idee chiare il professor Giorgio Parisi, premio Nobel per la Fisica nel 2021 grazie ai suoi studi sui sistemi complessi. E – fatte le debite differenze – cosa c'è di più complesso della situazione che il mondo sta attraversando in questi mesi? Una guerra alle porte dell'Europa, una pandemia che ha causato milioni di morti e che è ben lungi dal finire, una carestia pronta a travolgere i Paesi del Sud del Mondo. E una crisi climatica ormai conclamata, i cui effetti si stanno già riversando sull'intera umanità. Di tutto questo Fanpage.it ha parlato con il professor Parisi in un'intervista nel suo studio all'Accademia dei Lincei.

Parisi: "Più fondi alla ricerca scientifica, meno alle armi"

Con l'1,4% del Pil, l'Italia è tra i Paesi europei che finanziano meno la ricerca scientifica. Nel frattempo il nostro Paese si accinge a investire il 2% del Pil in spese militari. Cosa ne pensa?

L’Italia deve incrementare i finanziamenti in ricerca scientifica anche perché quell’1,4% del Pil di cui si parla rappresenta la somma dei contributi pubblici e di quelli privati: si tratta di un dato molto preoccupante per il sistema Paese perché causa un’emorragia di giovani formati dalle nostre Università ma costretti ad andare all’estero. Oggi circa il 50% dei ricercatori italiani svolge la sua attività prevalentemente in altre nazioni europee, ma la ricerca scientifica è fondamentale per costruire l’industria moderna, se non vogliamo che il nostro sia un Paese di soli "servizi".

Per quanto riguarda le spese militari penso che, anche nell’attuale situazione, sia fondamentale una loro sostanziale riduzione; ciò andrebbe fatto attraverso un trattato internazionale di riduzione delle armi sia convenzionali che nucleari. Uno dei grandi successi del secolo scorso degli scienziati – che l'avevano proposto – e della politica è stato il trattato di non proliferazione nucleare del 1968, che ha limitato enormemente la disponibilità di bombe atomiche e il conseguente rischio di guerre nucleari locali o globali: i Paesi che non ne possedevano si impegnavano a non realizzarne, mentre quelli che ne erano in possesso a dismetterle. In oltre 50 anni siamo riusciti a ridurre di almeno 10 volte la quantità di armi nucleari nel pianeta, ma non basta e purtroppo siamo ancora lontani dalla loro totale messa al bando. A questo punto penso sia fondamentale stipulare nuovi trattati per ridurre le spese in armamenti.

Perché neppure una pandemia con milioni di morti ha convinto il governo a implementate in modo significativo i finanziamenti in ricerca?

Per quanto riguarda il PNRR certamente sono stati destinati fondi alla ricerca e vi è stata un’attenzione particolare da parte del Governo a questo aspetto fondamentale per il nostro Paese: io stesso faccio parte di una commissione ministeriale per la redazione di un piano di finanziamento che produca i suoi effetti anche dopo la fine del PNRR; la nostra ambizione è quella di raggiungere gli attuali livelli della Francia nel 2027. Sono fiducioso che il governo possa innescare un meccanismo virtuoso, ma potrò dirmi soddisfatto solo quando vedrò degli impegni concreti.

Parisi: "Ora dobbiamo studiare gli effetti delle vaccinazioni"

L’Accademia dei Lincei ha avuto accesso ai dati dell’ISS sulla pandemia per uno studio epidemiologico. Cosa è emerso?

L’Accademia dei Lincei ha fatto da apripista. Dopo di noi anche l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, l’Università La Sapienza e decine di altri istituti di ricerca hanno avuto accesso agli stessi dati. Ciò ha permesso alla comunità scientifica di svolgere accurate analisi che hanno confermato il trend generale della pandemia. Ciò che a questo punto ci interessa conoscere tuttavia non è tanto il numero dei contagi o l’andamento delle infezioni, bensì gli effetti delle vaccinazioni sulla popolazione. Abbiamo stipulato da poco un nuovo accordo con l’ISS, che ci ha trasmesso i dati sulle vaccinazioni che incroceremo con quelli sui malati: si tratta di enormi database di centinaia di milioni di righe, una per ciascun soggetto vaccinato e contagiato, la cui identità naturalmente è protetta da anonimato. Quello su cui ci concentreremo nei prossimi mesi è l’analisi di questi dati.

Perché in Italia continuano ad esserci così tanti morti?

Il numero dei decessi in Italia non è esageratamente più alto rispetto al resto d’Europa: ci aggiriamo sul +10/+20% rispetto a Regno Unito e Germania. Perché? Innanzitutto la popolazione italiana è più anziana, poi la capacità del Servizio Sanitario Nazionale in alcuni posti non è stata adeguata. In Italia, nonostante ci siano punte di eccellenza, è stato commesso l’errore di privilegiare la parte ospedaliera e non quella dei medici a domicilio.

Covid, Parisi: "Più informazioni e aiuti logistici all'Africa"

Nell'emisfero sud del mondo sta per cominciare l'inverno: quanto è alto nei prossimi mesi il rischio di importare varianti più pericolose provenienti da paesi con pochi vaccinati?

La premessa da fare è che non abbiamo ancora capito da dove sia arrivata Omicron: sì, sappiamo con certezza che non è "figlia" di Alpha, Beta, Gamma e Delta bensì del ceppo originario del SarsCov2. Sappiamo inoltre che il primo caso è stato individuato in Sudafrica, ma non conosciamo ancora la sua genesi esatta e le tesi degli scienziati al riguardo sono prevalentemente due: che una persona immunosoppressa si sia ammalata all’inizio della pandemia e abbia incubato il virus per un anno e mezzo, sviluppando la variante Omicron. O che il virus sia passato dall’uomo a un ratto, poi di nuovo all’uomo generando questa variante.

Ad ogni modo la vaccinazione nei Paesi del sud del mondo è fondamentale: le somministrazioni vanno avanti molto lentamente sia perché negli ultimi decenni in Africa si sono diffuse teorie no vax, sia perché ci sono importanti problemi logistici da risolvere per garantire il rispetto della catena del freddo e quindi la conservazione dei vaccini, in particolar modo di quelli a mRna come Pfizer e Moderna. Insomma, portare vaccini in Africa purtroppo non è sufficiente: bisogna portare con la massima urgenza anche buona informazione e aiuti logistici.

Il tema della pandemia è connesso a quello del cambiamento climatico, della deforestazione e dell’antropizzazione. Secondo lei rischiamo, in tempi brevi, di fare i conti con nuove pandemie?

L’era pandemica è enormemente facilitata dalla quantità di viaggi che vengono fatti ogni giorno sul pianeta. La peste del 1348 che devastò l’Europa, decimò la popolazione di Siena e costrinse Boccaccio a ritirarsi in isolamento per scrivere il Decameron impiegò una decina d’anni per arrivare dall’Asia all’Italia. Omicron, invece, ha impiegato circa un mese e mezzo per spostarsi dal Sudafrica al nostro Paese. Certo, anche la distruzione di ecosistemi, l’antropizzazione di zone una volta selvagge giocano un ruolo fondamentale nella diffusione dei virus, ma penso che il rischio più elevato sia quello legato all’attività umana: i grandi allevamenti di pollame, ad esempio, sono centri di enorme rischio di diffusione di virus aviari potenzialmente pandemici. Non tutti sanno, inoltre, che probabilmente i primi tentativi del Covid di svilupparsi risalgono al 2013/2014, quando dei minatori cinesi si ammalarono a causa del contatto con il guano dei pipistrelli, contraendo poi polmoniti fulminanti che in quel caso, per fortuna, rimasero circoscritte. Ecco, fermare il surriscaldamento globale è necessario, ma intanto dovremmo smetterla di entrare a così stretto contatto con habitat ancora selvatici e monitorare attentamente le condizioni igieniche degli allevamenti intensivi, vere bombe che altrimenti rischiano di esplodere.

Come è cambiata la sua vita dalla vittoria del Premio Nobel?

Ricevo sollecitazioni e richieste di ogni tipo. Proprio stamattina un signore che si occupa di psicologia mi ha chiesto di procurargli un lavoro da 1.500 euro al mese per i prossimi 4 anni. Naturalmente non ho questo potere. Ma a parte ciò ci sono anche molti aspetti positivi: il Nobel mi ha dato una grande visibilità mediatica ed è aumentata la mia autorevolezza nel mondo scientifico internazionale. Credo che a questo punto per me sia un dovere morare dare tutta la mia disponibilità: ad esempio ho accettato un incarico ministeriale per implementare la ricerca scientifica in Italia nei prossimi cinque anni e sono presidente del comitato della Città di Roma per progettare un grande Museo della Scienza.

Un’ultima domanda. C’è, nel campo della fisica, un problema che si rammarica non non aver ancora risolto?

Altroché. Ce ne sono tantissimi, tantissimi.

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