Giuseppe Montella
in foto: Giuseppe Montella

"Traditori dello Stato". Non ha usato mezzi termini il procuratore di Piacenza Grazia Pradella per definire i carabinieri imputati per i fatti della caserma ‘Levante', al termine della requisitoria della pubblica accusa nel processo che si sta celebrando nella città emiliana con il rito abbreviato. La Procura ha concluso chiedendo la condanna a 16 anni, 1 mese e 10 giorni per Giuseppe Montella, appuntato considerato il leader dei militari arrestati la scorsa estate per reati come tortura, spaccio, estorsione. Chiesti inoltre 14 anni, 5 mesi e 10 giorni  per Salvatore Cappellano, 13 anni per Giacomo Falanga, 7 anni e 8 mesi per Daniele Spagnolo e 5 anni per Marco Orlando, ex comandante di stazione.

Come è nata l'inchiesta sulla caserma Levante di Piacenza

Per i cinque uomini dell'Arma erano scattate le manette lo scorso 22 luglio al termine di una lunga e complessa indagine condotta dalla Guardia di Finanza e dalla Polizia Locale: gli inquirenti – per la prima volta in Italia – posero sotto sequestro una caserma dell'Arma muovendo ai carabinieri piacentini coinvolti le accuse di spaccio, tortura, arresto illegale, falso, lesioni, truffa. L'inchiesta sulla Caserma Levante era nata da un'indagine sul traffico di droga che vedeva, fra i suoi esponenti di spicco, proprio un carabiniere in servizio presso la stazione piacentina che, sfruttando la sua divisa, avrebbe gestito un'attività di spaccio attraverso pusher di sua fiducia, agevolandoli nell'acquisto di grandi quantità di stupefacente e garantendo protezione in cambio di un tornaconto economico. Nella lunga ordinanza sono descritti anche "arresti completamente falsati e perquisizioni arbitrarie". "Non vi era non solo l'obiettivo di procacciarsi la sostanza stupefacente ma anche di sembrare più bravi degli altri" dimostrando un alto numero di persone arrestate. "Peccato – ha spiegato il pm – che questi arresti si basavano su circostanze inventate e falsamente riferite al pubblico ministero di turno".

I militari sono stati definiti oggi in aula "traditori di tutti i principi in cui magistrati, carabinieri e cittadini credono", quindi "traditori dello Stato". "C'è gente che indossa la divisa con  onore e per questo leggere questi fatti è motivo di umiliazione e vergogna. Dedico il mio intervento a queste donne e a questi uomini valorosi" ha sottolineato il sostituto procuratore Matteo Centini nella sua requisitoria, citando anche la sua esperienza nella Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria e ricordando i "carabinieri che rischiano la vita e non si  risparmiano lavorando oltre l'orario, feste comprese".