La posta dei lettori

“Ho partorito a luglio e ora devo tornare a lavoro: vivo con l’ansia di giustificare bisogno di stare con mio figlio”

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A cura di Redazione
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Riceviamo e pubblichiamo la riflessione di una lettrice diventata mamma nel luglio del 2026 e costretta a prendere il congedo parentale per poter passare altro tempo con il figlio appena nato. “L’Italia non è un Paese per mamme lavoratrici. Per stare con mio figlio, rischio ripercussioni sulla mia posizione professionale”.

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Fanpage.it riceve e pubblica la riflessione di una donna, divenuta mamma nel luglio del 2026 e costretta a tornare al lavoro il prossimo dicembre 2026. La lettrice, che intende mantenere l'anonimato, ha raccontato alla nostra testata le difficoltà di crescere un figlio con due genitori anziani non ancora in pensione. Nel lungo sfogo ha confessato di voler ricorrere al congedo parentale, rinunciando a parte dello stipendio nella speranza di "non dover spiegare all'azienda il suo mancato ritorno al lavoro nella data indicata" per non subire ripercussioni professionali.

La lettera a Fanpage.it

Ti scrivo come farei con un’amica, per raccontarti l’angoscia di diventare madre in Italia nel 2026. Sono diventata mamma nel luglio 2026. Una gravidanza desiderata con tutta me stessa, arrivata dopo un percorso difficile, una precedente gravidanza finita male e l’asportazione di una tuba.

Punture, controlli, monitoraggi e tanta paura, fino a quel novembre 2025 in cui abbiamo finalmente scoperto che ce l’avevamo fatta.Poi, insieme alla gioia, è arrivata una data: 1° dicembre 2026, il giorno in cui dovrò rientrare al lavoro. Ho lavorato fino all’ottavo mese e avrei voluto farlo ancora più a lungo, per poter stare con mio figlio il più possibile, ma non ci sono riuscita. E ora che il mio miracolo è finalmente qui, invece di godermi ogni suo piccolo progresso, mi ritrovo a contare i giorni. Come se la maternità fosse una clessidra e il tempo per stare con lui stesse inesorabilmente finendo. Il nido non lo accoglie senza un inserimento iniziato almeno due mesi prima. I nonni, ormai anziani, lavorano ancora e su turni. Così sarò costretta a ricorrere al congedo, rinunciando a una parte dello stipendio. E non basterà affrontare questa difficoltà: dovrò anche spiegare all’azienda perché non posso rientrare a dicembre, sperando che la mia scelta di prendermi cura di mio figlio non abbia ripercussioni sulla mia posizione lavorativa.

Possibile che, per essere una buona madre, io debba avere paura di diventare una lavoratrice meno tutelata?Ho 36 anni, ho lottato per avere questo bambino e ora, invece di vivere serenamente i nostri primi mesi insieme, vivo con l’ansia di dover giustificare il bisogno di stare con lui. E allora mi chiedo: perché diventare madre deve trasformarsi in una corsa contro il tempo, in un sacrificio economico e nella paura di compromettere il proprio futuro lavorativo?L’Italia non è un Paese per madri lavoratrici, se per riuscire a essere entrambe dobbiamo affidarci alla fortuna, a una rete familiare disponibile o alla possibilità di rinunciare a una parte del nostro stipendio. Un figlio dovrebbe essere una gioia da vivere, non una scadenza da temere.E nessuna donna dovrebbe sentirsi in colpa per aver scelto di essere madre.

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