“A Berlino tra milioni di persone mi sento sola, tornerei in Sardegna ma i miei figli non avrebbero futuro”
Fanpage.it riceve molte testimonianze di persone che hanno dovuto lasciare l'Italia o la città in cui sono nati e cresciuti per motovi di lavoro, di carriera e di opportuniutà. La redazione le seleziona e pubblica per il loro valore di testimonianza di una situazione economica e sociale molto diffusa. Se anche tu hai lasciato la tua città per studiare o lavorare e oggi fai i conti con il costo, economico ed emotivo, del ritorno, scrivici. Assieme alla sofferenza di salutare la propria terra quando si ha il privilegio di rivederla, c'è un diritto a cui nessuno di noi dovrebbe rinunciare, che nessuno di noi dovrebbe considerare un lusso, quello di tornare a casa. Se vuoi raccontare la tua storia puoi scrivere a segnalazioni@fanpage.it o cliccare qui.
La lettera di Federica a Fanpage.it
Sono di Cabras, in Sardegna, ma vivo a Berlino da quando avevo 14 anni. Trasferirmi a quell’età è stato difficilissimo: ero nel pieno dell’adolescenza e da un giorno all’altro ho lasciato la mia casa, la scuola, gli amici con cui ero cresciuta, il mio paese e tutto quello che per me significava casa.
Sono arrivata in Germania trovandomi davanti una lingua, una cultura e una mentalità completamente diverse. A 14 anni dover ricominciare tutto da zero, senza i tuoi amici e senza sentirti parte del posto in cui vivi, è qualcosa che ti rimane dentro. Vieni da un paese di circa 9000 abitanti, dove conosci tutti e cresci insieme alle stesse persone, e improvvisamente ti ritrovi in una città enorme come Berlino dove sei completamente estranea.
Poi naturalmente la vita va avanti. Ho imparato la lingua, ho finito la scuola, ho studiato, sono diventata infermiera, ho avuto i miei figli e mi sono costruita una vita. Oggi ho 42 anni e vivo qui da quasi trent’anni. La Germania mi ha dato lavoro e sicurezza economica e questo non lo dimentico. Ma nonostante tutti questi anni non riesco ancora a sentirla veramente casa mia.
Anche la vita sociale per me è completamente diversa. In una città enorme come Berlino puoi avere milioni di persone intorno e sentirti comunque sola. Mi manca quella spontaneità, il calore, il conoscere le persone, fermarsi a parlare senza dover programmare tutto. Negli anni ho parlato anche con tanti altri stranieri che vivono qui e molti mi hanno raccontato sensazioni molto simili: si rimane soprattutto perché qui ci sono lavoro, stipendi e una maggiore sicurezza economica.
Il mio sogno sarebbe tornare definitivamente in Sardegna e lavorare lì come infermiera. Potrei farlo, ma oggi sono una madre e non posso pensare solamente a quello che desidero io. Devo pensare anche al futuro dei miei figli.
Gli stipendi in Sardegna sono molto più bassi, ma la vita non è affatto economica. La spesa, le bollette, la macchina, le necessità dei figli, eventuali visite mediche e tutto quello che comporta mantenere una famiglia costa. E allora mi chiedo continuamente: riuscirei davvero con uno stipendio sardo a mantenere i miei figli e a garantire loro le stesse possibilità che hanno oggi?
Ed è questo il paradosso più grande: il posto che mi dà sicurezza economica non è quello in cui vorrei vivere, mentre nel posto che sento casa ho paura di non riuscire a garantire un futuro sicuro ai miei figli. E ormai persino tornare in Sardegna una o due volte all’anno è diventato quasi un lusso.
I prezzi dei voli sono una cosa incredibile, soprattutto d’estate e quando non viaggi da sola ma devi comprare i biglietti per una famiglia. E una volta arrivata hai bisogno di una macchina, perché in Sardegna senza auto è difficilissimo muoversi. Se devi noleggiarla, soprattutto nei mesi estivi, anche noleggiare un’auto diventa un lusso.
Poi naturalmente ci sono tutte le spese mentre sei lì, e anche la vita in Sardegna è diventata cara. Alla fine lavori tutto l’anno all’estero e devi mettere da parte una cifra importante semplicemente per permetterti di tornare a casa per qualche settimana.
E quando finalmente scendo in Sardegna sono felice. Per quelle poche settimane mi sento nuovamente nel posto a cui appartengo. Rivedo la mia terra, le mie persone, il mare, ritrovo quella vita che sento mia. Ma c’è sempre quel biglietto di ritorno. Sai che le tre settimane finiranno e, più si avvicina quel giorno, più cominci a stare male. Poi arriva la partenza. Rifai la valigia, saluti tutti e riparti per Berlino.
E questa è una sofferenza che secondo me può capire veramente solo chi vive lontano dalla propria terra. Dopo quasi trent’anni, quando prendo quell’aereo, non sento di stare tornando a casa. Sento di stare andando via da casa. E ogni volta fa male.
Io sono grata alla Germania per quello che mi ha dato. Qui ho studiato, sono diventata infermiera, lavoro e posso garantire ai miei figli una certa sicurezza. Ma avere una vita stabile in un posto non significa necessariamente sentirsi a casa.
La mia vita l’ho costruita in Germania, ma casa mia è rimasta in Sardegna. E il mio sogno, ancora oggi, è che un giorno possa scendere in Sardegna senza avere già in tasca il biglietto che mi dice quando dovrò andare via di nuovo.