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21 Dicembre 2017
10:37

Giampiero e la dislessia: “Grazie bulli, senza la vostra cattiveria oggi non sarei io”

Giampiero Errante, 20 anni, racconta la storia di come la sua dislessia gli ha cambiato la vita e ha risposto alle prese in giro di chi a scuola si prendeva gioco di lui. E Giampiero, adesso, gira le scuole per sensibilizzare sul tema della dislessia.
A cura di Enrico Galletti
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“Ciao mamma, oggi a ricreazione ho chiesto al mio amico se questo weekend voleva passarlo a casa nostra, ma lui ha detto di no. Ha la festa di una nostra amica. E io non sono stato invitato. Fa niente, mamma, ormai sono abituato a stare da solo”.

Luca, il migliore amico dai tempi delle elementari. "Ti ricordi di lui, mamma? Mi ha detto che non possiamo più essere amici, perché la sua ragazza non vuole. Fa niente, mamma. Fa niente". Giampiero Errante ha vent'anni, è dislessico. Sin dai tempi della scuola elementare a Selinunte, in Sicilia, è stato bersaglio delle prese in giro dei suoi amici.

Giampiero, cosa ricordi di quei momenti?

”Ricordo perfettamente quello che mi dicevano: "Giampiero l'asino, l'idiota, l'incapace". Io, del resto, ero quel ragazzo che se ne stava in disparte, che quando arrivava a scuola si chiudeva nel suo mondo a giocare con le costruzioni e non ne usciva prima del suono della campanella. La dislessia, una volta, non aveva un nome. Nel pensiero comune rientrava nel calderone dell'ignoranza”.

Tu sei dislessico. Ed era questo il motivo delle prese in giro?

“Certo. Ogni motivo era buono per deridermi. Al posto di “topolino” leggevo “potolino”. E seguivano grasse risate. Io ero diverso da loro, me ne rendevo conto, sorridevo anche quando gli altri erano seri. E ho sempre vissuto questa mia diversità come un limite”.

E tu come reagivi?

"Mi chiudevo nel mio piccolo mondo. Quando andavo a scuola avevo paura. Paura di essere giudicato, di essere deriso per ciò che ero. Quando entravo in classe, non facevo in tempo a sedermi al mio banco che mi piovevano addosso i primi insulti. Ed erano solo i primi della giornata".

Ma in mezzo a questa situazione ti sei preso una piccola grande libertà…

“Sì, la scrittura. Scrivevo sempre: mentre mi guardavo allo specchio dopo le giornate difficili a scuola, quando sentivo che quel giorno non ce l'avrei proprio fatta a sopportare le prevaricazioni dei miei compagni. Scrivevo. Ho cominciato a preparare delle lettere a tutte le persone che, nella mia vita, sentivo che avrebbero lasciato il segno. A cominciare dalla mia insegnante di sostegno, una seconda madre che in parte mi ha insegnato a volare. Quando ho dovuto separarmi da lei, dopo la scuola, una parte di me è venuta a mancare. Questo dimostrava ai miei compagni che anch’io provavo delle emozioni”.

“Adesso comincerò a camminare da solo – si legge nella sua lettera -. Ma lei mi deve promettere che mi cercherà in tutti quei libri che ha saputo farmi amare, così come io la cercherò in ogni pagina, in ogni frase, che leggerò. E mi prometta anche che non smetterà di amare i ragazzi dislessici che verranno dopo di me”. Giampiero, adesso, gira le scuole per lanciare un messaggio: "La dislessia non è un limite. Va solo capita".

E dalla tua storia è nato un progetto…

“È nato un libro. Il mio dono sei tu, dislessia. Ho voluto raccontare le storie di chi come me vive la dislessia, per aiutare il prossimo a superare ignoranza e preconcetti. Ho chiesto a chi si è occupato della pubblicazione del libro di non correggere gli errori di ortografia che ho commesso, perché voglio che tutti possano vedere in cosa consistono le nostre difficoltà. La pubblicazione sta avendo un buon successo. Attualmente è in vendita sulle maggiori piattaforme online di libri, compresa Mondadori”.

Ti sei posto un obiettivo?

”Certo, più di uno. Innanzitutto quello di riscattare la figura dei ragazzi dislessici. Voglio dare seguito a questa piccola grande missione. Troppe persone ancora credono che in noi ci sia un limite insormontabile. E questo è sbagliato. E poi voglio fornire una risposta a tutte le persone che mi credevano un idiota, ai ragazzi che non hanno mai smesso di prendersi gioco di me. Del resto, se non fossi stato vittima di bullismo, se non avessi pianto ogni giorno al ritorno da scuola per la mia dislessia, non sarei ciò che sono oggi".

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