"La mia storia risale al 2011 e rappresenta l'emblema di come vengano svolti i concorsi pubblici in Italia: molto spesso il bando pubblico viene utilizzato per fare dei favori". Inizia così il racconto di Giambattista Scirè, storico e ricercatore universitario 42enne abbastanza noto nel mondo culturale, grazie alle sue numerose pubblicazioni con influenti case editrici, come Mondadori, Giunti, Carocci e molte altre.

Tutto ha inizio nel dicembre del 2011 quando Giambattista Scirè partecipò al concorso da ricercatore in "Storia Contemporanea" a tempo determinato presso l’Università di Catania: il suo scopo era quello di continuare ad insegnare e fare ricerca. Ma, nonostante i numerosi titoli conseguiti nel corso degli anni, il posto viene assegnato ad un'altra persona.

"In tutto eravamo 6 persone a partecipare, in 5 avevamo già il dottorato in Storia Contemporanea. Indovinate un po' chi era l'unica persona che non aveva il dottorato in nessuna materia? Proprio la donna che ha preso il mio posto. Nonostante fosse una laureata in Architettura, ha vinto quel bando. Io, essendo il più titolato di tutti i partecipanti, sono arrivato secondo a soli 3 punti di distanza. Immaginate la beffa e lo sdegno", ci ha raccontato Giambattista.

"Subito dopo aver appreso la mia "sconfitta", ho presentato ricorso e ho scoperto che la persona che aveva vinto il concorso non aveva nulla a che vedere con il settore per cui era bandito e non era in possesso neanche dei requisiti base".

La battaglia di Giambattista viene accolta positivamente anche dal Tar (Tribunale Amministrativo Regionale), che sentenzia l'annullamento del punteggio della vincitrice dando ragione a Scirè: "L'Università di Catania, invitata dal Tar a riconvocare la commissione, ha riconfermato tutti i punteggi. Intanto quella donna ha iniziato a lavorare al mio posto e io sono rimasto senza occupazione. Il Tar, emettendo la sentenza, dichiarava che il vincitore materiale del concorso ero io, invitando l'Università di Catania a sospendere quella persona. Da secondo classificato, eliminando i punti della "laureata in architettura", il Tar ha sentenziato che ero io il vincitore. Ma, nonostante questo, l'Ateneo non ha eseguito correttamente la sentenza, quindi sono stato costretto a fare un ulteriore ricorso per "ottemperanza" per fare in modo che venisse applicata la sentenza".

Ma passa altro tempo e, intanto, Giambattista è senza lavoro, in attesa che qualcosa di muova e che la giustizia faccia il suo corso: "Nel 2015, dopo 3 anni dall'inizio di tutta la vicenda, ho fatto una denuncia penale alla commissione perchè nonostante l'esito di queste sentenze amministrative, l'Ateneo non voleva attuarle. Questa denuncia penale ha portato al rinvio a giudizio della commissione per reato di abuso d'ufficio in concorso tra loro. L'Ateneo doveva essere "parte lesa" insieme a me, perchè hanno subito un danno erariale. Ma l'Università non si è costituita parte civile al processo e questo la dice lunga su tutta la vicenda".

Ad essere danneggiato da questa storia alquanto "surreale" non è stato soltanto Scirè: "In questa vicenda, oltre a subire io personalmente un danno, lo hanno subito anche gli studenti che per due anni e mezzo hanno ricevuto un servizio da una persona non competente, come certificato dal Tar e dai giudici. Anche tutti i cittadini sono stati danneggiati, perchè la docente che ha preso il mio posto è stata pagata per anni con i soldi dei cittadini".

Oltre il danno, arriva anche la beffa per Giambattista: "Sono stato mobbizzato in ambito accademico. Prima pubblicavo i miei studi con case editrici molto importanti a livello nazionale: all'improvviso tutto è svanito, subito dopo che si è venuto a sapere del mio ricorso. E' un meccanismo che soffoca e isola chi fa la denuncia".

Sentendosi "preso in giro" dalla sua controversa vicenda, Giambattista ha deciso di creare l'associazione "Trasparenza e merito – L'università che vogliamo", per cercare e denunciare casi simili al suo: "Siamo stati contattati da moltissime persone: all'inizio eravamo 9 docenti, ora siamo più di 150. Evidentemente, situazioni simili alla mia sono molto diffuse in Italia. In pochi vanno avanti nella denuncia, in molti rinunciano a lottare".