Come può permettersi un ministro che fa parte di un partito che ha rubato negli anni passati 49 milioni di euro, a diffamare una categoria che legalmente esiste, paga le tasse e ha garantito un introito di milioni di euro che si sono tradotti in tasse, economia e migliaia di posti di lavoro?

E’ la domanda che mi fa a un certo punto della conversazione Gessica Berti, titolare di un grow shop di Budrio, che non è riuscita a mandare giù le esternazioni del ministro dell’Interno Salvini sulle attività commerciali che vendono prodotti derivati dalla canapa e lo ha querelato per diffamazione.

E il motivo non è nemmeno quello di avere un eventuale risarcimento, ma è una ragione politica: “Vogliamo avere l’attenzione dei media per poter spiegare che non siamo criminali, ma onesti commercianti e che le persone capiscano che cos’è veramente questa pianta. Poi, se riusciamo a costituirci come parte civile e saremo un po’ di persone, ben venga”.
Il riferimento è al fatto che, dopo la denuncia, altri negozianti sono usciti allo scoperto e stanno denunciando il ministro a loro volta. “Ho già i dati di altri negozianti che mi hanno inviato le copie delle querele che hanno fatto: in una mattina me ne sono arrivate 15, e ho iniziato a cercare dei referenti regionali per raccogliere tutti quelli che stanno procedendo in questa direzione”.

Tutto parte dal fatto che Salvini, in campagna elettorale per le elezioni europee, si era accanito contro i canapa shop dicendo che: “Stiamo lavorando per andare a verificare la giungla di cannabis e canapa shop che hanno aperto come funghi e che in un caso su due, in caso di controlli, si rivelano centri dello spaccio”, arrivando nei giorni successivi a dire che avrebbe fatto chiudere “uno a uno tutti negozi di canapa legale”, paragonandoli a luoghi di “diseducazione di massa”.

Affermazioni gravi e non supportate da nessun dato statistico reale che hanno portato Gessica Berti, che non solo ha ottenuto tutti i documenti per aprire la propria attività, a partire dalla Scia, ma paga anche tasse e Iva sui prodotti completamente legali che vende nel negozio Weedoteca, a reagire.

La denuncia per diffamazione
in foto: La denuncia per diffamazione

Più che la minaccia in sé, sono rimasta colpita dal fatto che un ministro della Repubblica italiana sia andato in televisione a dire che i canapa shop, dai quali lo Stato che lui rappresenta sta regolarmente prendendo le tasse, e che lo stesso stato ha regolarmente fatto aprire, vendono droga. Come non si può dire che questo tipo di negozi fomentino l’uso di stupefacenti, al massimo è il contrario: facciamo anche prevenzione, nei confronti di ragazzini che entrano in negozio raccontando che fanno uso di eroina, cocaina, psicofarmaci dei genitori, senza nemmeno sapere ciò che stanno assumendo”.

Anche perché da un recente studio pubblicato da ricercatori italiani che collaborano con l'Università di York e con l'Università degli Studi "Magna Graecia" di Catanzaro, è emerso che i negozi di cannabis light hanno fatto calare lo spaccio nelle zone in cui sono nati. Secondo la ricerca infatti la cannabis light avrebbe portato ad una riduzione dei sequestri del 14%, arrivando a far calare gli introiti per la criminalità che gestisce il fenomeno di una cifra compresa tra i 90 e i 170 milioni di euro l'anno. Quindi, a rigor di logica, se Salvini avesse voluto contrastare lo spaccio, avrebbe dovuto favorire l'aperture di questo genere di attività, non dichiarare di volerle chiudere.

Chi ha aperto un negozio di questo genere, l’ha fatto anteponendo la canapa al business”, sottolinea Gessica. E a tutte le persone che sputano giudizi senza nemmeno essere mai entrati in un negozio di questo tipo spiega che: “Siamo un esercizio commerciale dove si trovano prodotti legali derivati dalla lavorazione della canapa industriale, dalle infiorescenze, passando per prodotti alimentari, cosmetica, tessile etc…

Con tutte le difficoltà e i sacrifici fatti per aprire un’attività commerciale in Italia in questo periodo, Gessica racconta di “essersi sentita una cittadina di serie b”, mentre nel resto del mondo il fenomeno della cannabis viene supportato dalle istituzioni. “La nostra categoria è riuscita, tra produttori, commercianti, distributori e grossisti, a produrre un introito di circa 360 milioni di euro nel solo 2018: sono le stime di settore raccontate a una recente conferenza dove ci siamo trovati per discutere della situazione”.

Per Gessica questa denuncia: “Non è un atto di coraggio, ma un atto di coscienza, che è una cosa ben diversa. Dobbiamo far capire che non siamo degli spiantati o degli spacciatori, siamo degli imprenditori. Io sono una mamma, ho due lauree, ho vissuto e lavorato all’estero e sono tornata in Italia perché credo in questo mercato e credo nel mio paese. Non vorrei dovermi ricredere”.

Arrivare a un processo o a un risarcimento sarà probabilmente difficile, però Gessica si aspetta una sensibilizzazione del pubblico: “Voglio che la gente, invece che pensare alla canapa con i vecchi dogmi che ci sono stati inculcati, inizi ad informarsi senza essere in balia della disinformazione. Il nostro è un grido di protesta, siamo qui per mano tutti uniti e nessuno può permettersi di diffamarci e passarla liscia”.