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Opinioni

Fatevene una ragione: Roma conta meno di Busan e noi non contiamo più nulla nel mondo

I voti per Roma a Expo 2030 sono lo specchio della perdita di centralità del nostro paese. Mentre la Corea del Sud investe in tecnologia e ricerca e continua a crescere e innovare, noi continuiamo a esprimerci con spocchia provinciale chiedendo ad alta voce “dov’è Busan?”.
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Partiamo dai numeri, che è sempre la cosa migliore. Busan ha più abitanti di Roma, circa 3,5 milioni contro i 2,7 milioni della nostra Capitale. È uno dei porti principali dell’Estremo Oriente, uno dei principali centri culturali della Corea del Sud, che a sua volta è un Paese che spende in ricerca circa il 4% del suo Pil, più o meno quattro volte quel che spendiamo noi, e che registra circa il 5% dei brevetti mondiali, più o meno due volte tanti quanti ne registriamo noi. Per completezza: pure il Pil procapite della Corea del Sud è ormai più alto di quello italiano.

Tutto questo per dire che tutta questa sorpresa sul fatto che Roma, tra le città candidate a ospitare Expo 2030, abbia preso meno voti di Busan oltre che di Riad, è semplicemente senza senso, figlia di una visione provinciale ed eurocentrica del mondo che appartiene solo a chi è rimasto con l’orologio della Storia fermo al 1989.

La diciamo meglio: oggi Roma e l’Italia, per il resto del mondo, contano meno di zero. Ancora meglio: per il resto del mondo siamo più o meno l’espressione geografica con cui il cancelliere austriaco Klemens von Metternich ci apostrofò a metà dell’ottocento. Una penisola dell’Europa, con delle belle città da visitare, una buona cucina e tanti bei negozi in cui fare acquisti.

Fuori da lì, il vuoto. Non contiamo nulla a livello geopolitico, se non come Unione Europea, quando ci ricordiamo che ne facciamo parte. Non contiamo nulla a livello industriale, con le produzioni che sono ormai delocalizzate ovunque altrove. Non valiamo nulla a livello energetico, se non per il fatto che compriamo tutta l’energia che consumiamo e che nonostante questo siamo tra i più strenui difensori d’ufficio delle fonti fossili da cui dipendiamo. Non contiamo nulla a livello di infrastrutture strategiche, senza porti, aeroporti, corridoi strategici per il resto del mondo. Non valiamo nulla a livello di innovazione tecnologica, perché siamo troppo presi a farci la guerra con la Francia o la Germania, per ricordarci che esiste un mondo là fuori che investe in brevetti e sperimentazioni dieci, cento, mille volte più di noi. Non valiamo nulla, o quasi, nemmeno a livello culturale, e quel poco che valiamo accade malgrado lo zero assoluto che investiamo, come sistema Paese, in cultura e istruzione.

Va bene prendersela coi petrodollari di Ryad e dell'Arabia Saudita, ormai troppo potenti che oggi sembra addirittura folle averci provato. O con Tunisia e Albania, amici del governo che ci voltano le spalle. O con la Francia e gli altri Paesi europei che non hanno sostenuto una candidatura europea. O con la nostra diplomazia. O con Giorgia Meloni che "se ci fosse stato Draghi". O con il sindaco Roberto Gualtieri, che "se ci fosse stato scegliete voi chi". O con il mondo brutto e cattivo che sta dalla parte di Paesi brutti e cattivi che non rispettano i diritti umani, o di una misconosciuta – da noi – città portuale coreana che non è mai stata centro di un impero. Ma se per una volta, almeno dopo una figuraccia di questo tipo prendessimo atto della nostra irrilevanza nel mondo, e magari pure esempio da Busan e dalla Corea del Sud, anziché irriderla, forse capiremmo come tornare a contare qualcosa.

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Francesco Cancellato è direttore responsabile del giornale online Fanpage.it. Dal dicembre 2014 al settembre 2019 è stato direttore del quotidiano online Linkiesta.it. È autore di “Fattore G. Perché i tedeschi hanno ragione” (UBE, 2016), “Né sfruttati né bamboccioni. Risolvere la questione generazionale per salvare l’Italia” (Egea, 2018) e “Il Muro. 15 storie dalla fine della guerra fredda” (Egea, 2019)
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