Sono passati più di 4 mesi dal diffondersi del coronavirus in Lombardia, la regione più colpita dalla pandemia, ma come nella "Fase 1",  sono molte le falle nella gestione dell'emergenza: dal divieto ad effettuare test sierologici, alla costruzione dell'ospedale in Fiera, fino al ricovero nelle case di riposo per anziani di pazienti positivi al coronavirus.

Perché in regione Lombardia hanno bloccato i test sierologici?

Dopo due mesi di lockdown l’Italia entra nella “Fase 2”, nonostante il numero dei contagi in Lombardia sia ancora molto alto. Più di 4 milioni di lavoratori tornano al lavoro, ad utilizzare mezzi pubblici, a frequentare locali ed esercizi commerciali, senza aver fatto alcun controllo sanitario. Sono in molti, infatti, a lamentare la mancanza di tamponi e diagnosi, nonostante siano stati a contatto con persone positive o siano stati loro stessi dichiarati positivi.

I tamponi scarseggiano perché, come si sa, mancano i reagenti per poterne produrre a sufficienza. Eppure un altro strumento molto utile – a detta di numerosi esperti, come il professor Andrea Crisanti dell'Università di Padova – per svolgere un'indagine epidemiologica prima della ripartenza c'era, costava poco e poteva essere fatto a tappato: il test sierologico che individua la presenza di anticorpi al coronavirus nel sangue. Eppure nella regione più colpita dalla pandemia per mesi questi test vengono bloccati. Tanto che i sindaci, i medici e gli imprenditori che li usavano sono stati diffidati dall'agenzia di tutela della salute regionale.

Perfino a Nembro, un paesino della bergamasca che ha registrato in poche settimane 188 morti, è stato impedito al sindaco di realizzare l’indagine sierologica gratuita su tutta la popolazione. “Siamo stati il comune più colpito, ma non ci hanno dato l’ok per fare un'indagine epidemiologica sulla nostra cittadinanza, – racconta il sindaco di Nembro, Claudio Cancelli – così adesso i cittadini se vogliono farsi il test devono andarselo a pagare”.

Per i cittadini che vogliono accedere ai test, infatti, l’unica alternativa resta quella di rivolgersi alle cliniche private che, grazie a una delibera della Regione, sono state autorizzate ad effettuare diagnosi a pagamento: 40 euro per il test sierologico e 90 per il tampone.

Dietro ai ritardi per l’avvio dell’indagine epidemiologica c'è un accordo sottoscritto tra l'ospedale San Matteo di Pavia e la multinazionale della diagnostica Diasorin. Il test viene presente dal presidente della Regione Attilio Fontana in termini miracolistici. La notizia fa subito scattare alle stelle le azioni della multinazionale. L'accordo verrà bocciato dal Tar su ricorso di una concorrente, perché si scoprirà che i laboratori dell'ospedale pubblico erano stati concessi per sviluppare questo test ad un ente privato senza un bando pubblico. "L'abbiamo fatto in cambio di denari – sostiene Alessandro Venturi, presidente della Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia – avremmo guadagnato l'1% su tutte le vendite di questo test e avremmo utilizzato i ricavi per le nostre ricerche".

Secondo il governatore lombardo Attilio Fontana la strategia attendista sarebbe stata vincente perché il test pavese avrebbe rilasciato al paziente la "Patente di immunità”. Ma come spiega Andrea Crisanti, virologo dell’Università di Padova: “Non esiste alcuna patente di immunità perché non sappiamo se gli anticorpi che vengono evidenziati con il test sono protettivi e non sappiamo per quanto tempo durano”.

Responsabile della validazione del test Diasorin è il professor Fausto Baldanti, virologo dei laboratori del San Matteo di Pavia, ma anche membro (prima di rassegnare le dimissioni) del Comitato tecnico scientifico che ha consigliato la Regione proprio sulle indicazioni dei test in Lombardia.

Perché si sono spesi 21 milioni per costruire l'ospedale inutilizzato della Fiera di Milano?

Era stato annunciato come l’ospedale che avrebbe salvato i lombardi dal virus grazie ai suoi nuovi 400 posti di terapia intensiva, ma soltanto un numero minimo di posti letto sono stati attrezzati per l'emergenza e in tre mesi ha ospitato appena una ventina di persone. Come svela Antonio Pesenti, responsabile dell’Unità di crisi regionale per le terapie intensive nonché primario del Policlinico di Milano: “Io non le confermo che ci sono 200 posti attrezzati. È stato acquistato il materiale per 170, 180 posti. Non sono stati montanti, è stato acquistato il materiale che secondo me sta in un magazzino in Fiera. Non sono pronti devono ancora essere montati, ne sono stati montati una cinquantina”.

L’assessore alla sanità lombardo Giulio Gallera lo aveva presentato come: “Il luogo plastico del sistema lombardo che dà speranza alle persone”. Iniziato a costruire intorno alla metà del mese di marzo e consegnato in tempi record nei primi giorni di aprile, l’ospedale della Fiera di Milano nei suoi mesi di attività si è invece dimostrato un flop dal punto di vista organizzativo e un dispendio di risorse pubbliche.

Per la realizzazione della struttura il presidente Attilio Fontana ha nominato come consulente personale l’ex capo della protezione Civile, Guido Bertolaso, che è arrivato nei padiglioni accompagnato dal suo staff personale. Nel team era presente Patrizia Arnosti, direttore generale della Promedia, società già nota alle cronache per aver realizzato una Rsa nelle Marche crollata due anni dopo l’inaugurazione durante il terremoto. Per questo disastro lo studio è stato indagato e poi archiviato dalla Procura di Ascoli Piceno.

La costruzione dell’ospedale è stata resa possibile grazie ai soldi raccolti da oltre 4200 donatori. Tra questi numerose sigle legate a Confindustria ma anche multinazionali come Nexi e Mc Donald’s. Anche Silvio Berlusconi ha partecipato alla gara di solidarietà devolvendo 10 milioni di euro. In totale il fondo istituito presso la Fondazione Comunità di Milano su iniziativa della Fondazione Fiera Milano ha raccolto 21 milioni. Quanto però sia costato realmente l’ospedale non è ancora stato chiarito da nessuno, come protestano alcuni piccoli donatori che pretendono chiarezza.

Perfino l’assessore regionale alla Protezione civile Pietro Fornoni confessa: “Non so dire quanto sia costato. Le cose non sono state fatte da regione Lombardia. Sono atti che non sono passati in Giunta. La competenza di costruzione era di Fiera Milano”.

Dietro la costruzione dell’ospedale un intreccio di attori con interessi in conflitto. Come quello di Giulia Martinelli, oggi dipendente della regione Lombardia perché scelta da Attilio Fontana come sua segretaria personale che è al contempo anche membro del comitato esecutivo di Fondazione Fiera.

Il sindacalista Riccardo Germani di Adl spiega: “Fontana prima di diventare presidente della regione Lombardia faceva parte del Cda della Fiera Milano. Dopo, con il nuovo consiglio di amministrazione, hanno imposto la capa della sua segreteria politica che è anche la ex compagna di Salvini. Questi soldi sicuramente non sono stati usati per la priorità della salute pubblica in Lombardia”.

Sul futuro dell’opera faraonica e delle preziose macchine che custodisce all’interno, come tac e respiratori, ad oggi non vi è ancora alcuna certezza.

A lungo la Regione ha difeso la scelta di costruzione in fase emergenziale di quella struttura, ma secondo il professor Luciano Gattinoni, illustre rianimatore ed ex primario del Policlinico di Milano: “Se io fossi stato nel comitato scientifico con le conoscenze che c’erano ai tempi non avrei fatto questa scelta. I malati vanno ricoverati in un ospedale, non in un box. La terapia intensiva non è un letto, un respiratore e un monitor, ma richiede tecnici competenti”.

A svelare i limiti della struttura costruita dentro i capannoni anche una fonte confidenziale del Policlinico che dichiara: “In Fiera hanno buttato in mezzo una marea di colleghi impreparati a gestire una situazione del genere. Delle carenze ci sono state, ma chi provava a segnalarle è stato verbalmente minacciato”.

Le vittime delle Rsa e i conflitti di interesse

Tra le scelte regionali più criticate c'è anche la delibera dell’8 marzo della regione Lombardia che permetteva il trasferimento dei pazienti ospedalieri nelle Rsa, le case di riposo per anziani. Secondo i dati pubblicati dall’Agenzia di tutela della salute regionale, dal 20 febbraio al 20 maggio solo nelle residenze sanitarie per anziani di Milano sono morte 1200 persone.

Secondo le testimonianze dirette degli operatori sanitari delle strutture, i decessi sarebbero stati causati dalla mala gestione dei ricoveri, come denunciano anche i familiari degli anziani morti durante il lockdown all’interno degli ospizi.

“Dove c’era il posto letto li hanno messi. Hanno continuato a morire e far morire quelli che avevano vicino. Non hanno fatto accertamenti per essere sicuri che non erano Covid” – è la ricostruzione di una delle infermiere del Pio Albergo Trivulzio di Milano.

Ma secondo il professore di medicina di igiene e membro del Comitato tecnico scientifico della Regione, Fabrizio Pregliasco, non vi sarebbe nulla da eccepire. “C’è stato un momento in cui bisognava liberare gli ospedali sovrasaturi. L’effetto di questa delibera nella sua applicazione non ha avuto un effetto su quella che è la mortalità. I numeri sono irrisori. La situazione era organizzativamente adeguata”.

Oggi i familiari delle vittime del Trivulzio riunitisi in un comitato chiedono che venga fatta chiarezza sulle morti, ma il professore Pregliasco, l’esperto facilitatore indicato dalla residenza per aiutarli in questa indagine, è al contempo consulente del direttore generale della stessa struttura.

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