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Fa la diagnosi al telefono, ma il paziente muore: condannato il medico. “Doveva visitarlo a domicilio”

Un medico della guardia medica bolognese è stato condannato per rifiuto di atti d’ufficio per non aver visitato un paziente a casa ed aver effettuato la diagnosi al telefono. Il dottore aveva diagnosticato una gastroenterite, ma il paziente era morto poco dopo per un infarto.
A cura di Gabriella Mazzeo
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Un medico di guardia è stato condannato per non aver effettuato la visita domiciliare e aver dato al paziente una diagnosi solo telefonica. La Corte di Cassazione ha decretato che per i pazienti che accusano sintomi gravi, la visita è obbligatoria e la sentenza potrebbe cambiare le consuetudini di medici di base e guardie mediche meno disponibili a visitare le persone a casa.

Stando a quanto reso noto, il medico si era limitato a dare consigli telefonici a un paziente che aveva chiamato accusando un forte bruciore allo sterno e irradiazione di dolore sulle braccia e sulle dita delle mani. Il medico è stato condannato a 4 mesi e all'interdizione dalla professione. La diagnosi telefonica era stata di gastroenterite ma poco tempo dopo, un infarto aveva portato alla morte l’uomo.

Il medico bolognese è finito a processo per omicidio colposo. In un primo momento era stato assolto da questo reato, ma poi condannato per rifiuto di atti d’ufficio. La Cassazione ha confermato la sentenza per il secondo capo d'imputazione.

I giudici si sono rifatti a una norma del '91 secondo la quale il medico in servizio di guardia deve rimanere a disposizione per effettuare gli interventi domiciliari sul territorio qualora richiesti. Durante il turno, secondo la norma, deve effettuare tutti gli interventi richiesti dagli utenti.  Nella sentenza si specifica che il rifiuto di eseguire l'intervento domiciliare deve essere considerato come rifiuto di atti di ufficio poiché la visita "è sempre obbligatoria se si prospetta una sintomatologia grave". Secondo i magistrati, il medico non avrebbe quindi risposto a una richiesta di soccorso, negando al paziente un accurato esame clinico e causandone la morte.

Durante il primo grado, il caso era stato sottoposto anche a una perizia collegiale che aveva stabilito che il rifiuto del medico di eseguire la visita domiciliare doveva essere qualificato come rifiuto di atti d'ufficio. Quando il medico ha provato a difendersi, asserendo che non vi era stata una richiesta specifica di intervento domiciliare, i giudici hanno sottolineato che davanti a una sintomatologia esposta in maniera poco chiara, il dottore avrebbe dovuto recarsi a casa del paziente per sincerarsi di persona di quanto rilevato durante la diagnosi telefonica. Il delitto contestato, secondo i giudici, rientrerebbe dunque tra i delitti contro la pubblica amministrazione.

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