Quello che il suo medico credeva essere una semplice verruca sul braccio, curabile con della crema solare, si è rivelato essere un tumore che l'ha uccisa a soli 63 anni. È successo a novembre del 2016. Oggi, a distanza di due anni e mezzo, il dermatologo del centro medico privato Cdc di Torino, che aveva in cura la donna, difeso dall'avvocato Isabella Nacci, è stato condannato a otto mesi con le attenuanti generiche per omicidio colposo. Si chiude così la vicenda giudiziaria che andava avanti ormai da tempo.

Per due volte la procura aveva chiesto l'archiviazione del caso non evidenziando un legame diretto tra le visite dermatologiche effettuate e lo sviluppo del tumore e delle metastasi che avevano poi portato alla morte della donna. Ma i familiari di quest'ultima, assistiti dall'avvocato Gian Maria Nicastro, si erano opposti e l'inchiesta era poi stata avocata dalla procura generale che aveva invece contestato al professionista l'errore commesso nel corso di due visite eseguite a distanza di due anni una dall'altra. La 63enne era andata una prima volta a farsi visitare il 30 maggio 2012 dopo aver notato la presenza di un neo sul suo braccio. Come si legge nelle carte processuali, la diagnosi era: "Neo pigmentato braccio destro misura 4 millimetri, bordi regolari, colore omogeneo". Si prescriveva una protezione antisolare, e non si richiedevano ulteriori controlli. Dopo due anni, nel 2014, la signora è tornata a controllo perché quel nero era diventato più grande e le dava prurito. Anche allora si trattava di "verruca seborroica che misura un centimetro, rilevata, che talora provoca prurito. Lesione benigna. Si può asportare". La terapia prescritta prevedeva l'applicazione di una crema, senza richiedere ulteriori controlli.

Ma nel 2015, dopo che quella che sembrava una verruca aveva cominciato anche a sanguinare, la donna aveva deciso di rivolgersi ad un altro specialista e nel giro di 5 giorni l'esito della biopsia era stato terribile: "Melanoma nodulare invasivo, che si era infiltrato nel derma e aveva portato a metastasi", ovunque, anche al cervello. Lo scorso novembre nel corso del processo sono stati sentiti i consulenti. Per il medico legale Roberto Testi, interpellato dalla famiglia, "la ritardata diagnosi ha fatto scendere drammaticamente le possibilità di sopravvivenza. Se la diagnosi fosse stata anticipata anche solo al 2014, la donna avrebbe avuto elevate possibilità di sopravvivenza". Il giudice oggi ha ritenuto il medico colpevole condannandolo però al minimo della pena.