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Da oggi si può coltivare liberamente la cannabis? Purtroppo non è così

Una recente sentenza delle sezioni penali unite della Corte di Cassazione apre alla coltivazione domestica di cannabis per scopo personale spiegando che non è reato, ma perché diventi davvero legale servirebbe che il Parlamento, in cui le forze di governo sono almeno sulla carta a favore, discutesse e approvasse una legge che andasse in questa direzione.
A cura di Mario Catania
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Ancora una volta in materia di cannabis le decisioni le prendono i giudici che devono colmare la carenza di coraggio dei politici. Accadde quando fu dichiarata incostituzionale la Fini-Giovanardi ed è successo di nuovo con le sezioni penali unite della Cassazione che hanno messo nero su bianco che coltivare poche piante a scopo personale non è da considerare un reato. Significa che ora chiunque può autoprodurre cannabis senza il rischio di avere conseguenze penali? Assolutamente no, però è un passo in avanti significativo per la nostra giurisprudenza.

“L’altra settimana noi abbiamo ottenuto un’assoluzione a Milano, in corte d’Appello, per una coltivazione di 33 piante”, spiega l’avvocato Lorenzo Simonetti, esperto di settore, che sottolinea come sia ormai “da anni che siamo in prima linea sulla battaglia per la coltivazione ad uso personale e terapeutico. Il punto è che la Cassazione con questa sentenza a sezioni unite ha voluto ribadire un principio che era già chiaro”.

L’avvocato Simonetti, insieme al collega Claudio Miglio, nel 2016 aveva sollevato una questione di legittimità davanti dalla Corte di Appello di Brescia, portando il processo davanti alla Corte Costituzionale per mettere in discussione la legittimità della coltivazione. La Corte Costituzionale non ha modificato la norma ma la Cassazione aveva comunque iniziato ad aprire al concetto della coltivazione per uso personale basandosi su due principi: “il conclamato uso personale e la minima entità della coltivazione, quindi un numero di piante dalle 4 alle 7. L’altro principio, in contrasto, riteneva invece che questi due elementi non fossero sufficienti perché basta coltivare cannabis per configurare un reato”. La Cassazione con la sentenza di dicembre ha messo quindi in luce un principio cardine spiegando che non basta che si coltivi cannabis per commettere un reato, ma bisogna capire se quella coltivazione possa “offendere” la salute pubblica.

Quindi, secondo Simonetti, una volta che saranno rese note le motivazioni della sentenza, “sapremo, con riferimento a quel numero di piante perché poi andando a stringere si tratta di questo, cosa intendono le sezioni unite per minima quantità”. Per Riccardo Magi, deputato di Più Europa, “è sicuramente una pronuncia importantissima perché segna un passo in avanti di buon senso e ragionevolezza. Attualmente nella legge c'è una sproporzione per il modo in cui viene punita la coltivazione domestica. Invece qui si ribadisce che per l’uso personale non è reato”.

Magi va anche oltre sottolineando che ora è “necessario un intervento del Parlamento e su questo ci sono già diverse proposte di legge che aspettano di essere esaminate. Una è la legge di iniziativa popolare per la quale erano state raccolte oltre 68mila firma da Radicali e Associazione Coscioni e l’altra che abbiamo depositato poco fa con le firme di una ventina di deputati e che renderebbe non punibile la coltivazione domestica fino a 5 piantine”.

Perché il cambiamento vero può arrivare solo dalla politica. “Sì, ci deve essere un dibattito serio il prima possibile”, spiega Magi sottolineando che nel governo “sulla carta ci sarebbe la maggioranza, ma bisogna conquistare questa occasione di dibattito e non sarà facile”.

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