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Da dove viene la parola ‘femminicidio’ e cosa significa

La parola “femminicidio” è stata introdotta di recente nel lessico corrente per indicate l’uccisione di una donna da parte del partner o ex partner come prodotto di pulsioni misogine. Contrariamente a quanto si pensa comunemente non è stata coniata dalla stampa. Ecco da dove viene e cosa significa.
A cura di Angela Marino
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Femminicidio è una parola in uso nel lessico italiano da tempi più o meno recenti per indicare l'uccisione di una donna da parte del partner o ex partner. È un neologismo poco amato, perché percepito come una forzatura ideologica, indicando un sottoinsieme del più ampio concetto di omicidio. Si pensa comunemente che sia una invenzione dei giornali per calcare in termini sensazionalistici il fenomeno sociale della violenza di genere. In realtà, il termine fu coniato dalla criminologa Diana Russell, che lo usò per la prima volta 1992, nel libro Femicide, spiegandone così il significato come categoria criminologica: “Il concetto di femmicidio si estende aldilà della definizione giuridica di assassinio ed include quelle situazioni in cui la morte della donna rappresenta l'esito o la conseguenza di atteggiamenti o pratiche sociali misogine”.

Come matura il concetto di femminicidio

Nel 1993, nell'ambito degli studi sulle violenze subite dalle donne messicane, anche l'antropologa messicana Marcela Lagarde usò il termine femminicidio estendendolo anche allo stupro e ai maltrattamenti. Come Russel anche Lagarde individua le radici nell'isolamento sociale delle donne messicane all'interno di in una cultura machista definendolo così: “La forma estrema di violenza di genere contro le donne, prodotto della violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato, attraverso varie condotte misogine che comportano l’impunità tanto a livello sociale quanto dallo Stato e che, ponendo la donna in una posizione indifesa e di rischio, possono culminare con l’uccisione o il tentativo di uccisione della donna stessa”.

Introduzione nel vocabolario italiano

In Italia il termine ha avuto un utilizzo massiccio a partire dal 2008, quando Barbara Spinelli, consulente dell'ONU in materia di violenza sulle donne, ha pubblicato un libro dal titolo: Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale. Il termine  – si legge sulla pagina dell'Accademia della Crusca – è attestato in in Devoto-Oli 2009, in Zingarelli a partire dal 2010 e nel Vocabolario Treccani online e definisce "Qualsiasi forma di violenza esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte".

Corrispettivo sul piano giuridico

Nel nostro Paese, tuttavia, il termine femminicidio indica esclusivamente l'omicidio di una donna, sostituendo quindi in parte la parola "uxoricidio", introdotta nel linguaggio giuridico per indicare l'assassinio della moglie (dal latino uxor) e poi per estensione del coniuge di ambo di i sessi. Sul piano giuridico non esiste il reato di femminicidio, ma e si identifica con l'omicidio volontario. Pertanto l'uccisione di una donna per odio di genere nel nostro ordinamento non è normata.

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