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“Costretta a dimettermi dopo 13 anni perché mamma, a un colloquio mi hanno detto: con una bimba, non fa per te”

Daria (nome di fantasia ndr) ha scelto di raccontare la sua storia a Fanpage.it: dopo essere rimasta incinta, è stata prima costretta ad andare in maternità anticipata e poi a dimettersi dopo 13 anni di lavoro. “Ora cerco di nuovo impiego. A un colloquio mi è stato detto: ‘Se sei mamma, questo lavoro non fa per te'”.
A cura di Gabriella Mazzeo
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"Lavoravo come receptionist in un hotel e ci sono stata per più di 13 anni. Quando sono diventata mamma, mi sono dovuta dimettere perché non sono stata messa in condizione di rientrare al lavoro". A raccontarci la sua storia è Daria (nome di fantasia ndr), mamma di una bambina di 2 anni. A Fanpage.it ha raccontato che la maternità è arrivata per lei tardi: a 36 anni ha scoperto di essere incinta e ha appreso che la sua gravidanza era a rischio.

"Non sono stata aiutata in quel frangente, inutile dirlo – ha sottolineato -. Ho spiegato che la mia gravidanza era a rischio, che c'era il pericolo concreto di un aborto. Ho chiesto all'azienda di venirmi incontro, spiegando loro che avevo dolori molto forti. Non potevo stare in piedi per tante ore, come invece l'albergo dove lavoravo avrebbe richiesto. Ho chiesto uno sgabello, ho iniziato a sedermi un po' più spesso e i miei datori di lavoro non gradivano la cosa".

Daria ha scelto di raccontarci la sua storia dopo aver letto l'intervista a Silvia Munarin, mamma di due bambini che ha lamentato domande sulla sua vita privata durante i colloqui di lavoro. Dopo Silvia, Fanpage.it ha raccolto la storia di Gioia, che per invogliare i datori di lavoro a farle firmare un contratto a tempo indeterminato ha dovuto esibire le carte dell'operazione di legatura tubarica subita nel 2023. "Io ho avuto problemi di salute per i quali non credevo neppure di poter avere figli – racconta -. Quando ho scoperto la gravidanza, per me è stato un miracolo. Sapevo di essere a rischio, non avrei messo a repentaglio il parto per lavorare, ma non volevo neppure trovarmi a dover scegliere tra la mia indipendenza e mia figlia".

"Normalmente in albergo lavoravo in receptionist, ma quando c'era bisogno di me davo anche una mano in sala. Con la gravidanza a rischio ho iniziato a soffrire in quei frangenti, ho detto chiaramente che non potevo più lavorare in sala. Anche stare in piedi per tante ore era diventato un problema ma i miei datori di lavoro non volevano che mi poggiassi allo sgabello. A un certo punto ho dovuto scegliere: mia figlia o il lavoro. Ho dovuto chiedere la maternità anticipata, anche se avrei voluto continuare a lavorare ancora. Purtroppo, come accade a tante donne, non sono stata messa nelle condizioni di farlo".

Daria ha quindi deciso di restare a casa prima dei termini previsti per salvaguardare la propria salute. "Le mie ex titolari erano tutte donne, tra l'altro. Non sono stata capita o ascoltata, a parlare per loro è stato un sistema che respinge la vita. I lavoratori esistono per produrre, tutto il resto non è contemplato".

"In quel periodo – continua – un'altra collega era in maternità. I miei datori di lavoro hanno vissuto la mia gravidanza quasi come uno ‘smacco', a quel punto. Come se fosse un torto che avevo deciso di fargli". Nonostante il dolore di aver dovuto scegliere tra la maternità e il proprio lavoro, Daria era pronta a tornare a lavorare dopo aver partorito. "Mi sono presa il tempo che mi serviva, è ovvio. – ha ricordato – Poco dopo il parto, la mia ex direttrice mi ha chiesto che intenzioni avessi e io ho detto la verità: volevo tornare a lavorare, ma avevo intenzione di farlo qualche mese dopo, a dicembre".

Dopo queste parole, Daria si è trovata davanti a un muro. "Mi ha detto lapidaria di aver assunto un'altra persona e che avrei dovuto dire chiaramente che intenzioni avessi. A quel punto ho accettato di rientrare a dicembre pur sapendo che non avrei avuto, molto probabilmente, le ferie natalizie. Le cose non sono fortunatamente andate così perché, sempre sulla base di interessi legati all'assunzione di una nuova persona, poco dopo mi ha proposto di rientrare a settembre trascinandomi con le ferie fino al primo anno di età di mia figlia. Mi ha detto che sarebbe andata in negativo e io ho accettato".

Poco prima di tornare a lavorare, però, Daria si è resa conto di aver bisogno di una rimodulazione dell'orario lavorativo. "Ho chiesto di tornare in part-time perché prima lavoravo in quell'albergo fino alle 23.30 e anche di sabato, domenica e festivi. Mi hanno negato questa possibilità. Sono stata costretta a rinunciare al rientro".

"Per me è stata una grande delusione – spiega -. Avevo lavorato in quel posto per 13 anni, all'improvviso sembrava che non valesse più nulla". Ora che sua figlia ha 2 anni, Daria è di nuovo in cerca di un impiego. "Ho sostenuto una serie di colloqui e mi sono sentita fare le classiche domande su mia figlia". Ci racconta in particolare un episodio, quando al momento di presentarsi ha accennato al suo essere mamma. "Mi hanno fermata subito dicendomi: ‘Non sei la persona che stiamo cercando, vogliamo più flessibilità. Se hai una bambina piccola, non è un lavoro che fa per te'. Parliamo di un ruolo part-time in una reception di uno studio medico. Mi è parsa una cosa folle, anche perché non avevo fatto richieste particolari. Il colloquio è stato stroncato praticamente sul nascere".

"Molte volte mi è stato detto di nascondere il fatto che ho una figlia. Perché dovrei? Non nascondo un reato, io voglio solo lavorare. Per fortuna però ogni tanto ci sono anche buone notizie – continua poi ridendo -. Sono appena rientrata da un colloquio di lavoro e sono molto contenta dell'esperienza. Non mi sono state poste domande su mia figlia ed è bastato questo. È triste da dire, ma nel mondo in cui ci troviamo non è affatto scontato".

"Pensavo che avrei fatto meno fatica a rientrare nel mondo del lavoro, invece mi rendo conto che è un mondo tosto che respinge le donne più di quanto si creda".

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