«Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po' di retorica. Nel primo caso l'abitudine non è ancora perduta, e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio». ‘La Peste', Albert Camus.

Guardatela da qui, la storia del Coronavirus. Sforzatevi. Guardatela da Sud. Vi dico com'è: noi non siamo abituati. Non siamo abituati a essere quelli che alzano barriere, che lanciano l'allarme. Che respingono (o almeno vorrebbero). Noi meridionali siamo da sempre i colerosi e i terremotati e non solo allo stadio. Siamo quelli al checkpoint, siamo quelli messi in attesa, quelli che devono «attendere le disposizioni dell'autorità». Oggi se un Dio c'è magari non giocherà a dadi ma ammetterete che ha un sottile senso del paradosso.

Permettetemi un ragionamento laterale, permettetemi di incorrere nell'errore preconizzato da Camus, cioè quello di un po' di retorica:  tranne casi  prontamente repressi dalle istituzioni dello Stato, parlo del divieto di sbarchi a Ischia o altre antipatiche decisioni come quel Comune (Casamarciano, Napoli) che ha chiuso le porte a un gruppo di giovani calciatrici venete, qui per ora la paura è rivolta soprattutto verso noi stessi.

Non chiamatemi piagnucoloso, ma non faccio altro che pensare ad una cosa: se fosse accaduto il contrario? Se il focolaio di Coronavirus fosse iniziato da Sud, a partire da Campania, Calabria, Sicilia, Puglia, Molise, Basilicata? Se anziché a Lodi ad Avellino, anziché in Veneto a Napoli? Avremmo potuto sperare in pietà? O qualcuno avrebbe rispolverato vecchi steccati mai abbattuti, rialzato muri con mattoni pronti all'uso, gridato ai terroni di andar via, come in anni passati pure è accaduto?

La consapevolezza di quanto faccia male un atteggiamento del genere è il nostro anticorpo. C'è sempre più bisogno di cautela. Bene ha fatto ieri il prefetto di Napoli, la città più grande del Mezzogiorno, a richiamare alla calma soprattutto certi sindaci "intraprendenti", pronti a vietare pure gli sbarchi senza motivo.

Dunque ora tocca un po' anche a noi, gente del sud, fare la nostra parte e affrontare responsabilmente questa storia, anche nell'utilizzo delle parole nei confronti di chi vive in Lombardia e Veneto (peraltro spesso sono emigranti meridionali): nel corso dei decenni ci hanno apostrofati con qualsiasi appellativo, causa colera e calamità naturali di vario tipo. Tocca a noi non affrontare questa storiaccia con lo stesso stupido metodo, tocca a noi evitare le psicosi inutili. Al virus dell'idiozia non c'è vaccino esattamente come per quello cinese. Solo che per quest'ultimo lo troveranno.