I giovani arrestati perché sospettati di far parte della cosiddetta banda dello spray accusata della strage di Corinaldo si sono divisi dinanzi al gip per gli interrogatori di garanzia celebrati nelle carceri tra Ravenna e Modena. E quasi tutti hanno scelto di restare in silenzio. Chi ha detto qualcosa è Moez Akari che, come fatto ieri da un altro degli indagati, Andrea Cavallari, si è avvalso della facoltà di non rispondere per tutti i capi di imputazione tranne per quelli legati proprio alla tragedia di Corinaldo della Lanterna Azzurra, dai quali ha preso le distanze. Quella notte, tra il 7 e l’8 dicembre scorso, morirono cinque ragazzi e una mamma che si trovavano nel locale in attesa dell’esibizione del trapper Sfera Ebbasta. “Ha ribadito l'assoluta estraneità alla vicenda di Corinaldo – ha detto il suo avvocato Gianluca Scalera all'uscita del carcere Sant'Anna di Modena – Era lì, ma non c'entra niente con il discorso dello spray. Non ha avuto alcun tipo di contatto con gli altri, alcuni dei quali nemmeno conosceva”. A parte due degli indagati, ieri Andrea Cavallari e oggi Moez Akari, il resto della cosiddetta banda dello spray si è avvalsa della della facoltà di non rispondere davanti al gip. Stessa linea per il titolare del compro oro Andrea Balugani, indagato come presunto ricettatore.

L'avvocato di un indagato: "Vicenda complessa" – Ha preferito il silenzio anche il diciannovenne Ugo Di Puorto, figlio di un boss legato ai Casalesi, e considerato la figura centrale della banda dello spray. Potrebbe essere suo il dna ritrovato su una delle bombolette al peperoncino. A difenderlo c’è l’avvocato Francesco Rossi. Non ha parlato neppure Badr Amouiyah, diciannove anni, difeso dall'avvocato Pietro Chianese che all’Adnkronos ha spiegato: "Prepariamo già il riesame, per il mio cliente contesterò l'elemento associativo anche se questa vicenda giudiziaria è complessa. A mio avviso si deve valutare una serie di cose. Il reato da contestare potrebbe anche non essere l'omicidio preterintenzionale, che per ora rimane il reato più grave. Potrebbe profilarsi anche un 586 codice penale. Una morte causata da un fatto non voluto. Ma sono cose che si devono valutare ancora. È ancora presto per dirlo. Da tener presente che in questa vicenda c'è pure un'altra inchiesta in atto, che vede coinvolte altre persone sui problemi legati alla mancata sicurezza in quella discoteca”.