Condannato a 520 ore di lavori, non ne fa una: “Non mi hanno mai detto cosa fare”, la Cassazione gli dà ragione

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Condannato a 8 mesi e 20 giorni, un uomo di 49 anni avrebbe dovuto scontare la pena con 520 ore di lavori di pubblica utilità, ma non ne ha svolta nemmeno una. Dopo la revoca della misura ha fatto ricorso: “Non mi hanno mai detto cosa dovevo fare”. La Cassazione gli ha dato ragione e annullato la decisione.

Era stato condannato a 8 mesi e 20 giorni di reclusione, ma la pena era stata sostituita con 520 ore di lavoro di pubblica utilità presso il Comune di Torino. Avrebbe dovuto completarle entro il 2 settembre 2024. Eppure, a distanza di oltre tre anni dalla sentenza, il 49enne non aveva svolto neppure un'ora.

La Corte d'appello aveva così revocato la pena sostitutiva, facendo tornare in vigore quella detentiva. Ma il caso è arrivato fino in Cassazione e i giudici hanno annullato quella decisione. Il motivo? Prima di stabilire che un condannato non ha rispettato gli obblighi imposti, bisogna verificare che sia stato davvero messo nelle condizioni di farlo.
Ma andiamo con ordine.

Le 520 ore di lavoro mai iniziate

La vicenda parte dalla sentenza del 2 marzo 2023. Al posto del carcere, il 49enne avrebbe dovuto svolgere 520 ore di lavoro di pubblica utilità, con un termine di un anno e sei mesi per completarle.

Il procedimento prevedeva che fosse il Comune di Torino a stabilire concretamente modalità, attività e calendario, comunicando poi tutto all'interessato, all'Ufficio di esecuzione penale esterna e alla Corte.

Secondo la difesa dell'uomo, però, quelle indicazioni non gli sarebbero mai arrivate. Il 49enne sostiene di non aver ricevuto comunicazioni su dove presentarsi, quali lavori svolgere e quando iniziare.

Nel novembre 2025, durante un controllo, i carabinieri della Stazione Torino Regio lo contattarono telefonicamente. Alla domanda sull'esecuzione della pena, la risposta finita nell'annotazione fu netta: "Non ho mai iniziato".

Nel fascicolo non risultavano inoltre contatti tra l'uomo e il Comune. Per la Corte d'appello, tuttavia, il lungo periodo trascorso senza che fosse stata svolta una sola ora di lavoro era sufficiente per revocare la misura. Il 9 marzo 2026 i giudici parlarono di un "atteggiamento di sostanziale indifferenza" verso le prescrizioni dell'autorità giudiziaria e ripristinarono la condanna originaria a 8 mesi e 20 giorni di reclusione.

Il ricorso: "Non mi hanno mai detto cosa dovevo fare"

Il 49enne ha impugnato la decisione davanti alla Cassazione. La difesa ha sostenuto che la mancata esecuzione della pena non potesse essere attribuita automaticamente al condannato, richiamando "l'inerzia degli organi istituzionalmente investiti degli adempimenti necessari" per permettergli di iniziare.

Il punto centrale è proprio questo: non può pretendersi dal condannato una particolare iniziativa se gli uffici incaricati di predisporre il programma non hanno completato i passaggi necessari.

La Cassazione ha accolto il ricorso. Secondo gli ermellini, la Corte d'appello avrebbe dovuto prima accertare se il 49enne fosse stato invitato a presentarsi all'Uepe, se l'ufficio fosse stato effettivamente coinvolto e, soprattutto, se il Comune avesse predisposto e comunicato il programma dei lavori.

La Cassazione annulla la revoca

I giudici non hanno cancellato la condanna e non hanno stabilito che il 49enne sia esonerato dalle 520 ore di lavoro di pubblica utilità. Hanno però chiarito che il semplice trascorrere del tempo non può bastare, da solo, per dimostrare una volontaria inosservanza della pena.

Prima di revocare una misura sostitutiva e far tornare in primo piano il carcere, occorre verificare che la persona condannata abbia avuto una concreta possibilità di rispettare gli obblighi imposti.

Per questo la decisione della Corte d'appello è stata annullata e il caso tornerà ora a Torino, dove i giudici dovranno ricostruire cosa sia accaduto dopo la sentenza del 2023 e stabilire se il 49enne sia stato effettivamente messo nelle condizioni di iniziare quelle 520 ore.

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