Sono state rese note le motivazioni della sentenza con la quale lo scorso ottobre la Corte di Assise di Perugia ha annullato la condanna a 26 anni di carcere per Hashi Omar Hassan il somalo accusato dell'omicidio dei giornalisti Ilaria Alpi e Miran Hrovatin avvenuto a Mogadiscio il 20 marzo del 1994. La corte ha accolto pienamente la ricostruzione dei fatti documentata dai legali di Hashi, raccontata ai microfoni di Fanpage.it, che mostra il depistaggio messo in atto nei suoi confronti e che gli ha fatto trascorrere 19 anni in carcere oltre a lasciare ancora nel buio, dopo ben 23 anni, il movente, i mandanti e gli esecutori materiali del duplice omicidio. Dopo la ritrattazione di Ahmed Rage detto "Gelle", su cui si fondavano le sentenze di condanna a carico di Hashi, i giudici scrivono nella sentenza che si è trattato di "un depistaggio di ampia portata".

I registi del depistaggio

Furono l'ex ambasciatore italiano in Somalia Giuseppe Cassini, oggi all'alto commissariato Onu per i rifugiati palestinesi, e il faccendiere somalo Ahmed Washington a costruire la trappola per Hashi Omar Hassan. Come ha raccontato lo stesso "Gelle", furono loro a chiedergli di venire in Italia a raccontare di aver riconosciuto in Hashi uno dei componenti del commando che trucidò Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. "Gelle" fu messo in contatto con Cassini grazie ad alcuni intermediari somali che lo affidarono a Washington. I due lo convinsero a fornire la falsa testimonianza in cambio della possibilità di lasciare la Somalia. Hashi venne portato in Italia per essere ascoltato dalla commissione parlamentare d'inchiesta sulle violenze commesse dai militari italiani in Somalia durante l'operazione di pace sotto l'egida dell'ONU. Ma dopo essere stato ascoltato dalla magistratura fu fermato dalla Digos di Roma che dopo un interrogatorio lo arrestò per l'omicidio di Alpi e Hrovatin. Oltre a "Gelle" un secondo presunto testimone accusò Hashi, si tratta del somalo Sid Abdi, deceduto nel 2012, autista a Mogadiscio che dopo un lungo quanto anomalo interrogatorio mise nero su bianco l'accusa contro il suo connazionale. Durante l'interrogatorio Abdi disse di non riconoscere Hashi tra i componenti del commando, ma dopo una pausa di due ore e mezzo, ufficialmente giustificata agli atti come pausa per la cena del teste, Abdi raccontò l'esatto contrario accusando Hashi. A condurre quell'interrogatorio fu l'allora capo della Digos di Roma Lamberto Giannini, oggi direttore dell'antiterrorismo. E fu proprio Giannini a interrogare e arrestare Hashi Omar Hassan. Dopo le accuse mosse a Hashi, Gelle risiedette per un breve periodo a Roma dove gli fu trovato anche un lavoro. A procurarglielo fu Renato Masia, all'epoca dirigente del servizio motorizzazione della Polizia di Stato, che ha poi continuato la sua carriera al Viminale. Masia trovò un impiego a Gelle presso un'autofficina romana. Sentito nel 2005 dalla commissione parlamentare d'inchiesta sul caso Alpi, il dirigente del Viminale raccontò che si adoperò per Gelle su richiesta del Prefetto Carlo De Stefano, all'epoca dirigente dell'antiterrorismo, che successivamente arrivò al vertice dell'Ucigos fino al 2009 continuando la sua carriera fino a ricoprire l'incarico di sottosegretario agli Interni nel governo Monti. I giudici nella sentenza si dicono "sconcertati" dal fatto che nonostante il monitoraggio di alti dirigenti di polizia, Gelle sia riuscito a far perdere le proprie tracce. Il testimone infatti si rifugiò in Inghilterra, dove poi fu trovato dai giornalisti di "Chi l'ha visto?", rendendosi irreperibile e non testimoniando mai al processo contro Hashi Omar Hassan.

Nessuno ha svolto le indagini

Nelle motivazioni della sentenza si spiega anche il racconto di Hashi alla commissione sulle violenze dei militari italiani. Il cittadino somalo riferì di essere stato torturato più volte dai militari italiani di istanza a Mogadiscio: pestaggi e bruciature di sigarette sul corpo, ma anche delle immersioni nelle acque del porto vecchio di Mogadiscio con gambe e braccia legate e un cappuccio di plastica sulla testa. Così Hashi è passato da vittima di violenza a capro espiatorio in un battito di ciglia. Per i giudici, la missione di Cassini in Somalia aveva il solo scopo di "chiudere in fretta" il caso Alpi trovando un qualsiasi colpevole da poter mettere sul banco degli imputati. Hashi fu la vittima prescelta. I processi che portarono alle condanne in primo e secondo grado di Hashi furono secondo i giudici di Perugia viziati dal fatto che "né la polizia somala, né il SISDE, né i Carabinieri italiani presenti a Mogadiscio avevano svolto effettive indagini e i loro rapporti relativi ai moventi del duplice omicidio sono definiti fantasiosi e senza alcuna indicazione nelle fonti" tutto dunque si basava sulla falsa testimonianza di Gelle. A 23 anni di distanza la verità sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin è ancora lontana, le inchieste dei due giornalisti sul traffico di rifiuti e armi tra Italia e Somalia hanno avuto più di un riscontro. Intanto gli autori di quello che è stato definito dai giudici "un depistaggio" hanno fatto tutti carriera.