Era stato arrestato nel luglio del 2019 durante un'operazione della Digos di Torino contro ambienti dell'estrema destra: durante una perquisizione nella sua casa di Gallarate gli agenti avevano scoperto un vero e proprio arsenale di armi da sparo, da guerra e comuni, detenute illegalmente e nascoste in camera da letto. Non solo, ulteriori controlli avevano permesso di scoprire persino un missile aria-aria gelosamente custodito in un hangar nei pressi dell'aeroporto di Rivanazzano Terme, in provincia di Pavia. Ebbene, Fabio Del Bergiolo – questo il nome del trafficante d'armi ed ex candidato in Senato per Forza Nuova – non ha nel frattempo perso il "vizio" ed è finito nuovamente nei guai. La Digos di Varese, coordinata dalla Procura di Busto Arsizio, ha infatti scoperto che c'era ancora lui a capo di un'organizzazione che si occupava di traffico di armi a livello internazionale:  in manette sono finite quattro persone tra Varese, Novara e Monza Brianza. Una serie di perquisizioni da parte della Digos varesina ha permesso di scoprire un arsenale composto da 15 mitragliatori di modelli diversi, 14 fucili tra cui due kalashnikov e 10mila munizioni di calibri vari.

Dopo l'arresto del luglio 2019 Fabio Del Bergiolo aveva ottenuto i domiciliari e quindi l'obbligo di firma: non aveva però smesso di avere rapporti con trafficanti di armi di tutto il mondo, anzi secondo gli inquirenti sarebbe stato lui a capo di un gruppo che vendeva armamenti in paesi come Iraq, Georgia e Afghanistan. In seguito alla necessità di monitorarne gli spostamenti la Digos aveva avviato una nuova inchiesta dopo essersi resa conto della sua capacità di gestire contatti e traffici con la complicità di altre tre persone, tutti pregiudicati residenti in Lombardia, di cui uno originario della Campania e l’altro della Sicilia. La compravendita di armi – mitra, fucili d’assalto Armsel Striker, mitragliatrici pesanti, mitragliette Uzi, kalashnikov, granate, pistole – avveniva “estero su estero”, come ha spiegato il pm di Busto Arsizio Massimo De Filippo, spesso senza neppure “passare dal territorio nazionale”.

Per stanare i trafficanti gli agenti della Digos hanno utilizzato virus ‘Trojan’, gps, spionaggio informatico, intercettazioni ambientali ma anche metodi investigativi “old School”, come pedinamenti fin nei ristoranti, perché a quanto emerso gli indagati erano abili a inventare sempre nuove modalità per parlarsi e incontrarsi senza correre il rischio di poter essere visti o ascoltati. La scorsa settimana l’uomo è stato fermato mentre rientrava in Italia dalla Svizzera e nascondeva una pistola illegale nella borsetta della madre ottantottenne.